Monthly Archives: April 2014

David Maria Turoldo

 

 

 

Ho un pessimo rapporto con la chiesa.

Quando sono stato invitato a leggere poesie e brani di Turoldo, non ho esitato un solo istante a rispondere affermativamente.

David Maria Turoldo era un sacerdote poco prete, o forse viceversa; di certo un uomo che amava Dio, forse meno l’istituzione che lo sponsorizza da un paio di millenni.

E’ stata persona che ha coltivato e diffuso, attraverso la poesia, e più in generale con la scrittura, la spiritualità di cui era pieno, traboccante, pur rimanendo spesso terreno, fisico. 

Lo ricordo nell’ultimo periodo, quando la malattia, conclamata e in piena salute, lo stava divorando, senza scalfire minimamente la sua fede. 

Io, che sono uomo senza fede,  che penso ai fedeli con un certo distacco, sentivo in lui – attraverso le sue parole e la sua testimonianza – un interlocutore ideale, con cui avrei voluto confrontarmi, senza diffidenza.

E allora il 7 maggio sarò a Vicenza, insieme ad altri lettori che come me, per ragioni forse diverse da me, testimonieranno l’immortalità e la semplicità di un uomo – un prete, un antifascista, un poeta – che ha vissuto con totalità la sua vita terrena.

 

aspettando i barbari J M Coetzee

 

 

Finito “ aspettando i barbari” di Coetzee.

Ora passerò ad altro, dopo tre romanzi uno-dietro-l’altro di questo grande autore. Ho bisogno di rifiatare, di cambiare genere e prospettiva, perché Coetzee assorbe energia; o meglio, la mescola, la centrifuga, fino a farne un gorgo, una tempesta, da cui non si può scappare, ma attrezzarsi ad affrontarla.

La storia si svolge in un’oasi di caldo e freddo estremi, in cui un uomo, un magistrato, dopo anni di pacifica convivenza con sé e con il posto che amministra, è costretto a fare i conti con la contraddittoria presenza del potere. 

Un potere che si fortifica e annienta, che si giustifica e si mantiene grazie al terrore, più evocato e reso immaginifico, che concretamente minaccioso. E’ l’eterna storia dell’uomo, che ha bisogno di creare aldilà metafisici per giustificare un aldiqua spesso stitico, insoddisfacente, delirante.

 

Vivere in eterna attesa, fomentando la propria ansia, credendo a una minaccia imminente che non si presenta mai ma che aleggia onnipresente, alimentando credenze assurde, eppure credute.

Ma chi sono i barbari?

Cos’è il bene? 

Che prezzo siamo disposti a pagare per la protezione di una presunta minaccia? 

Il senso di colpa è lecito? 

quanto riusciamo a riconoscere le nostre contraddizioni?

 

Forse non serve rispondersi, ma continuare a farsi certe domande.

le voci dentro

 

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Sono stato al Teatro Goldoni di Venezia a vedere “ le voci dentro ”, commedia di De Filippo ( Eduardo), con la regia di Toni Servillo e un cast di attori davvero bravi.

Quando posso vado a teatro. Non sono un grande esperto, e il mio giudizio è frutto di componenti razionali ed emozionali: il testo e la messa in scena di questo, in termini di efficacia comunicativa.

Ebbene, devo dire che questo spettacolo – assieme alle “Operette morali” con la regia di Martone -, mi hanno convinto e quasi entusiasmato.

Confesso che non mi è molto simpatico Toni Servillo – un giudizio, lo so, e me ne dispiaccio: non saprei nemmeno spiegare perché -, ma devo riconoscerne la bravura, sia di attore, che, in questo caso, di regista.

Non c’è scena, battuta, intreccio narrativo, che non sia perfetto. La storia è costruita con sapienza, mantenendo il ritmo e l’incastro in modo eccellente. 

Servillo calibra il tutto in modo esemplare, senza mai esagerare, senza cedere alla tentazione di rubare spazio alla trama con virtuosismi o personalismi. Questo vale per lui e per tutti gli altri attori.

Pur essendo una commedia dell’immediato dopoguerra, mantiene freschezza e significato: trattandosi di “indagine” – letterale e interiore -, dimostra come, al di là del contesto sociale, ambientale, geografico, i vizi e le virtù degli umani, non cambiano.

Si ride, si pensa, e ci si commuove: la quintessenza del teatro!

 

L’infanzia di Gesù J M Coetzee

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Leggevo che l’immagine e il titolo, Coetzee non li voleva; pensava che sarebbe stato giusto che fosse il lettore a titolarlo. 

Per questioni editoriali non è stato possibile, per cui è andata così.

Inizio girando a vuoto, perché non so esattamente cosa scrivere di questo libro: ho letto alcune recensioni, più o meno indovinate, più o meno giuste, più o meno. 

Era tanto che non mi capitava di non sapere cosa ho letto: fosse stato scritto da uno scrittore qualunque, l’avrei abbandonato dopo qualche decina di pagine; ma C. non è uno scrittore qualsiasi: ti cattura, ti ipnotizza, ti trascina con gentilezza, eppur perentoriamente, dove vuole. 

Ma non ho idea, stavolta, di dove mi abbia portato, di cosa volesse da me.

 

Così come mi capita sempre con Murakami, ad esempio, mi sono chiesto se togliendo almeno un terzo del testo, questo avrebbe perso sostanza. 

In una delle recensioni lette, l’autore sosteneva che C. è talmente autorevole, da annichilire ogni dubbio sulla sua maestria, finanche dai critici più pungenti e riconosciuti. Ebbene, ho pensato, chi sono io per contrastare questa istituzione? 

E soprattutto perché dovrei?

C. è uno scrittore straordinario, e lo penso anch’io.

Per cui no, non si poteva togliere un pezzo del testo: è un tutt’uno, un blocco uniforme composto da più capitoli, da una storia che non ha inizio e non ha fine, ed è infinita come i numeri.

 

La filosofia è onnipresente, le domande non ricevono mai risposte esaurienti, forse perché le prime sono molto più importanti delle seconde.

Il dubbio aleggia continuamente nella mente dei due protagonisti ( il vecchio e il bambino ), nella nuova città dove hanno deciso di recarsi per ricominciare,  e sono circondati da persone placide, tranquille, felici di essere senza memoria e senza desideri, conducendo un’esistenza nella quale quello che è, è quello che è, senza sofismi, sovrastrutture.

Conducono la nuova esistenza con un’inquietudine costante, mai rassegnati, mai paghi; questo succede soprattutto al vecchio, ma anche al bambino che è riconosciuto da tutti come speciale, e in quanto tale, in difetto rispetto alla mediocrità di tutti gli altri; i quali ne sono contenti ( della propria mediocrità).

 

Morale della favola?

Ce ne sono molte, forse troppe; a tal punto da non distinguerle e da sprofondare nel dubbio che la semplicità e la complessità siano in fondo un unicum, a seconda di chi le riconosce e interpreta.

Avrei titolato anch’io “l’infanzia di Gesù” questo romanzo?

Aspetto la risposta, dopo averlo digerito. 

 

radio sherwood: recensione del mio ultimo ebook

 

 

 

 
 


7

 
 
 

Spiccano per intensità i racconti che Cristiano Prakash Dorigo ha raccolto inUn sinuoso contenitore smussato, recentemente edito in formato ebook per i tipi della giovane casa editrice Meligrana Editore.

Solo apparentemente disorganici, i testi qui raccolti sembrano dare vita ad una sottile trama, tenuta insieme da fili trasparenti ma saldi: la riflessione sul corpo umano che si trasforma (è quello il “sinuoso contentiore smussato” che dà il titolo alla raccolta) raccontato in Verso casa e Passaggio, la violenza insita al nostro modello di società e di sviluppo, trattenuta come quella che impregna le pagine di Carnevale o esplosiva come quella di Ventisette coltellate, la grande Storia che irrompe nella vita delle persone, lasciando traumi e ferite difficilmente sanabili, ma che in fondo fanno di noi quello che siamo (Verso casaSto galleggiando nell’ariaScrittura e cura). Ed è proprio qui che Dorigo si mostra fedele al suo stile e ad i suoi temi – a partire dal G8 di Genova del 2001, spartiacque ancora vivissimo per la generazione che aveva vent’anni quando “c’erano i modem a 56k e tutto sembrava ancora possibile” – così come ad un’ostinata, vitale speranza che trapela alla fine di un libro che comunque ha il coraggio di guardare in faccia la brutalità del nostro presente.

Un libro consigliato a tutti coloro che sono affezionati alla scrittura di Cristiano Dorigo, e anche a coloro che vogliono accostarvisi per la prima volta. Non ve ne pentirete.

 
 

TITOLO: Un sinuoso contenitore smussato

AUTORE: Cristiano Prakash Dorigo

EDITORE: Priamo-Meligrana Editore (formato ebook)

ANNO: 2013

PAGINE: 50

PREZZO: 4,99 €

 

incontro ( Guccini e Mestre)

Incontri

( dedicato a Guccini e Mestre)

 

 

E’ in ritardo, come sempre, unica certezza della sua vita incerta. 

Chiude il portoncino con quattro mandate, con un automatismo robotico. 

Scende i gradini tre alla volta e correndo la incontra lungo le scale. 

La riconosce subito, uguale all’immagine che coltiva nei ricordi, con dieci anni in più, ben distribuiti, nonostante la curva della loro età sia ormai parabola discendente. 

Sono due bei quarantenni, e quasi nulla gli sembra cambiato in lei. 

 

Subito, l’impatto della sua presenza, nei suoi circuiti neuronali. 

Pensa a tutto quello che sa, e sa che tutto quello che pensa non vale niente, appena più di poco, forse nemmeno quel poco e quel niente. 

Quello che sa, che pensa, è relativizzato dalla circolazione sanguigna, dal caos delle cellule che corrono qua e là, su e giù, come non avesse più semafori a dirigere il traffico interiore, sempre controllato e pacato. 

Vaffanculo pacatezza e controllo. 

Il corpo s’impone, frena deciso: inversione a U. 

 

-“Sei tu”, dice. 

-“Sì”, risponde lei. 

-“Cosa fai qui?” aggiunge d’istinto, pentendosi subito delle parole e del tono con cui ha pronunciato la frase. 

-“Sono venuta a pagare il terapeuta del secondo piano”, dice lei, guardando il pavimento del pianerottolo con un movimento involontario: un riflesso del suo pudore. 

-“Ti va un caffé, qui vicino c’è una pasticceria?” chiede lui. 

-“Sì, certo che sì. Se puoi aspettare cinque minuti” risponde. 

 

L’aspetta fuori, camminando avanti e indietro sotto i portici, in attesa.

Il portone si apre, lei esce. 

Vanno senza parlare verso la pasticceria, raggiungendo la saletta interna. 

Si siedono, lei sul divanetto e lui sulla sedia; lei appoggia le borse, si toglie il cappotto e lui si accorge di aver notato solo in quel momento com’era vestita e pettinata: aveva guardato solo i suoi occhi azzurro chiaro, riconoscendone la dimensione insondabile, benché trasparente nell’esprimere i suoi stati d’animo. 

Sono seduti vicini, le gambe si toccano a tratti, sprigionando piccole cariche elettriche che corrono lungo i loro corpi. 

L’eccitazione è un’inesauribile fonte emozionale: ricorda gli elementi chimici pronti a fondersi, a reagire, a trasformarsi in altro da sé. 

Ordina lui, d’istinto, senza chiederle conferma. 

-“Non hai sbagliato: ricordi ancora”, dice lei, sottolineando, senza dirlo, che le sembra sintomatico quell’automatismo. 

 

Non dicono, ma sentono la contrazione del tempo: dieci anni di vite separate, passati e vissuti come tra parentesi. 

-“Che strano trovarti oggi”, inizia a dire lei, “sono sette mesi che vengo in terapia in questo condominio e non ci siamo mai incrociati”. 

-“Pensa che ci abito da tre anni e non conosco ancora tutti i vicini”, dice lui. 

-“Ho iniziato la terapia dopo un periodo buio, in cui non riuscivo a vedere alcuna luce. Quanti figli hai?”, gli chiede. 

-“Ho due figlie, una di sette e una di tre anni. Se vuoi dopo ti faccio vedere le foto, le ho qui sul cellulare. Mi spiace per il tuo brutto periodo, e spero che la terapia ti aiuti.”, dice. 

-“Scrivi ancora? Pensavo proprio a te quando mi sono detta, senza allegria, che la mia vita sembra un romanzo. Quando ci siamo lasciati, dieci anni fa, era natale: la strada, le bancarelle chiuse, nessuno in giro e uno stupore bianco, come la neve che cadeva pigra quel giorno. 

Ti eri allontanato senza dire una parola e non eri più tornato. 

E per confermare la teoria delle coincidenze, come in un romanzo scritto male, lui si è ucciso per natale. 

Ora io e mia figlia, a natale, ci concediamo le vacanze in paesi che non lo festeggiano, per allontanarci dai ricordi”, fa lei. 

 

Silenzio. 

I loro occhi si incontrano, si catturano, fuggono, si ritrovano, rifuggono. 

Le loro gambe si sfiorano, e basta un tocco leggero e fugace a scatenare un’energia insostenibile: una massa di ricordi, rimpianti, sentimenti, sensi di colpa, coscienza, fuga, chiarezza, nausea, paura. 

Silenzio, occhi che roteano e fissano dettagli inutili: scatole di cioccolatini, focaccine, le divise delle banconiere, le scarpe di uno che beve un caffé, la borsa firmata di una ragazza. 

 

Non sono più stati felici, si sono mancati da morire, sono morti e rinati monchi; sono nati per stare insieme e hanno sputato sul loro destino: sono un solo organismo vivente ormai moribondo, sono solo un banale lui e una triste lei. 

Sono qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa.

Lui si alza dal tavolino con una fatica di secoli sulle gambe, va verso la cassa con piedi pesanti di piombo, paga con mani arrugginite e tremolanti. 

Non capisce cosa dice la cassiera: le orecchie non distinguono suoni: producono solo brusio. 

 

Si volta, lei non c’è più. 

Si guarda allo specchio di una vetrinetta, non vede nessuno.

Esce in strada e respira a pieni polmoni, mentre si avvia verso il nulla che ha riempito di parvenza di vita che, in quel momento, si dissolve. 

Guarda alla sua destra perché nota solo ora che la sua figura non produce ombra. 

 

“Almeno lei ha sempre avuto il coraggio di vivere, dopo: io solo di fingere”, si ritrova a pensare mentre corre verso l’autobus che riparte, incurante di lui e della sua vita incerta.

 

 

 

Macbeth

Ieri sono stato al teatro della Murata di Mestre.

In programma Macbeth di Shakespeare, raccontato a braccio, con inserimenti di lettura nei tratti salienti. 

A me è piaciuto molto.

L’idea di offrire una versione che percorra una via di mezzo tra didattica e teatro, mi è parso piacevole, sufficientemente profondo – non troppo, ma vista la scelta, difficile scavare di più: lo vedrei bene come sprone alla lettura dell’opera, nelle scuole -; una guida che accompagna negli abissi del dramma, nei punti nodali in cui metafore, credenze, lotte interiori, trasformano le persone in furiose bestie feroci, fino all’appassimento e all’annientamento di sé.

La bramosia di potere si paga a caro prezzo, fino all’annullamento della ragione, fino all’esordio di una follia allucinatoria.

 

Il tutto senza effetti speciali, senza travestimenti o trucchi scenici. 

Il potere della parola, la contorsione della psiche, il dualismo che distorce l’interezza, a quattrocento anni di distanza, sopravvivono ancora, vividi e attuali.

Se accettassimo ciò che siamo – tutto ciò che siamo – senza giudizio, senza scartare – prendendone cioè atto – ciò che abita le profondità di ognuno di noi, il bene e il male sarebbero ciò che sono: parti che convivono, e che soltanto ri-conoscendole, senza credersene immuni, finiremo di esserne vittime.

Questo forse voleva dirci Shakespeare.

Forse.Immagine