L’infanzia di Gesù J M Coetzee

Immagine

 

Leggevo che l’immagine e il titolo, Coetzee non li voleva; pensava che sarebbe stato giusto che fosse il lettore a titolarlo. 

Per questioni editoriali non è stato possibile, per cui è andata così.

Inizio girando a vuoto, perché non so esattamente cosa scrivere di questo libro: ho letto alcune recensioni, più o meno indovinate, più o meno giuste, più o meno. 

Era tanto che non mi capitava di non sapere cosa ho letto: fosse stato scritto da uno scrittore qualunque, l’avrei abbandonato dopo qualche decina di pagine; ma C. non è uno scrittore qualsiasi: ti cattura, ti ipnotizza, ti trascina con gentilezza, eppur perentoriamente, dove vuole. 

Ma non ho idea, stavolta, di dove mi abbia portato, di cosa volesse da me.

 

Così come mi capita sempre con Murakami, ad esempio, mi sono chiesto se togliendo almeno un terzo del testo, questo avrebbe perso sostanza. 

In una delle recensioni lette, l’autore sosteneva che C. è talmente autorevole, da annichilire ogni dubbio sulla sua maestria, finanche dai critici più pungenti e riconosciuti. Ebbene, ho pensato, chi sono io per contrastare questa istituzione? 

E soprattutto perché dovrei?

C. è uno scrittore straordinario, e lo penso anch’io.

Per cui no, non si poteva togliere un pezzo del testo: è un tutt’uno, un blocco uniforme composto da più capitoli, da una storia che non ha inizio e non ha fine, ed è infinita come i numeri.

 

La filosofia è onnipresente, le domande non ricevono mai risposte esaurienti, forse perché le prime sono molto più importanti delle seconde.

Il dubbio aleggia continuamente nella mente dei due protagonisti ( il vecchio e il bambino ), nella nuova città dove hanno deciso di recarsi per ricominciare,  e sono circondati da persone placide, tranquille, felici di essere senza memoria e senza desideri, conducendo un’esistenza nella quale quello che è, è quello che è, senza sofismi, sovrastrutture.

Conducono la nuova esistenza con un’inquietudine costante, mai rassegnati, mai paghi; questo succede soprattutto al vecchio, ma anche al bambino che è riconosciuto da tutti come speciale, e in quanto tale, in difetto rispetto alla mediocrità di tutti gli altri; i quali ne sono contenti ( della propria mediocrità).

 

Morale della favola?

Ce ne sono molte, forse troppe; a tal punto da non distinguerle e da sprofondare nel dubbio che la semplicità e la complessità siano in fondo un unicum, a seconda di chi le riconosce e interpreta.

Avrei titolato anch’io “l’infanzia di Gesù” questo romanzo?

Aspetto la risposta, dopo averlo digerito. 

 

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