Monthly Archives: May 2014

diario di un operatore sociale

Diario di un lavoratore sociale

( convegno sofferenza urbana)

 

 

Quando arrivo alla mattina, proprio davanti alla porta, mi ritrovo a pensare: “suono il campanello o uso le chiavi? In fin dei conti è casa loro.”.

Poi tiro fuori le chiavi con un gesto meccanico, apro, salgo le scale, entro in appartamento.

Prima della cucina, ci sono sei porte: quattro camere e due bagni.

Dietro ogni porta, dentro ogni camera, una storia. 

Ogni storia, una giovane donna. 

Ogni giovane donna, ha la possibilità di chiudere la porta e provare ad abitare la propria esistenza, dopo aver convissuto con obblighi e costrizioni decise da altri. 

Questo conduce alla libertà, alla solitudine, alla novità di entrambe queste forme astratte, e alla potenzialità di trasformarle in scelte concrete. 

Ma ci vuole tempo per giostrarsi tra astrazione e concretezza, per capire che la vita è la nostra, e che possederla include una serie di diritti e di doveri, codificati da altri.

“Da dove si comincia con queste ragazze?, mi chiedo; parlane con loro, mi rispondo.”

 

Mi siedo in cucina, accendo il computer, verifico le mail, mi preparo un caffè, faccio un paio di telefonate.

Mentre sono concentrato su quello che sto facendo, arriva Giulietta. Gironzola intorno al tavolo, finché si siede davanti a me. 

Inizia a parlare di questo e di quello, mentre io l’ascolto e tento di scrivere una relazione; mi parla del tirocinio che sta facendo, del moroso, ormai ex, che la tormenta, del fatto che vorrebbe cambiar vita in quanto questa la sta soffocando. 

La guardo, probabilmente con un’espressione assorta, e le chiedo cosa stia facendo per cambiare la sua vita.

Non appena pronunciate quelle parole, capisco di averle comunicato la mia indisponibilità al dialogo, di aver chiuso invece di aver aperto. 

Capisco che il mio linguaggio – quello che le ho detto, cosa ho detto, come gliel’ho detto -, ha comunicato altre parole da quelle pronunciate: queste parole dicevano “scusa ma sto facendo altro, e tu dovresti preoccuparti di fatti concreti invece di lamentarti”.

Qual’è il confine tra quello che sarebbe giusto e quello che non lo è? 

Com’è una relazione che antepone il dovere, alla possibilità di riformularne uno personale, che includa anche il diritto alla scomodità e all’inopportunità di quel dovere?

 

Propongo a Giulietta di fare insieme la lista della spesa e uscire a comprare quel che serve. 

Pensiamo di fare una pasta col pomodoro fresco.

“Autonomia domestica”, penso. 

Per costruire una base solida, si può approfittare dell’occasione, e iniziare anche da una pasta.

Prendiamo carta e penna. Cosa serve per fare una pasta fresca al pomodoro?

La pasta, il pomodoro, una cipolla o aglio, formaggio.

Bene: quanto tempo ci si mette? Mezz’ora a prepararla, mezz’ora per andare a prendere gli ingredienti. Quanto costerà? Magari dopo si guardano insieme gli scontrini.

L’autonomia domestica, almeno quella, ha una sua sequenza operativa, una sorta di procedura matematica: pezzo sommato a pezzo, si arriva al risultato.

Finisco di scrivere le due mail e poi andiamo, le dico.

Lei si prepara. 

Usciamo.

Andiamo al mercato.

Prendiamo quello che serve. Ogni volta le passo il portafogli che uso come cassa. Lei mi fa notare che non sa fare i conti, ma io le dico di pagare, farsi dare lo scontrino, e insieme controlleremo il resto. 

 

Quando era a casa, era ancora bambina. 

Una bambina che ne ha viste e subite di ogni genere. 

L’educazione che le hanno imposto, è stata quella di fare spallucce, di fregarsene, di soprassedere. 

Anche se qualcuno urlava in casa, bastava abituarsi alle urla. 

Anche se qualcuno di notte entrava in camera sua e delle sue sorelle e si sdraiava con loro, bastava pensare ad altro. 

Se si faceva così, durava meno.

 

Dopo il mercato, andiamo al piccolo supermercato. 

Prendiamo la pasta, il formaggio grattugiato, e ci dirigiamo verso la cassa. 

Al momento di pagare, le passo il portafogli, e paga ancora lei.

Sorride: è felice di aver compiuto un gesto che presuppone fiducia.

La fiducia è quella che manca di più quando si è imparato solo a fingere che qualcosa di impalpabile ma concreto, come la paura, l’angoscia, la violenza, non esista. 

E anche se esistesse, basterebbe far finta di niente. 

E allora la fiducia, il credere o l’essere creduti, diventa impalpabile, seppur concreto.

Usciamo e lei sorride.

Mi si attacca al fianco, mi prende a braccetto, sorride.

Oggi le è stato concesso di credere di essere capace di far la spesa.

E questo la rende soddisfatta e felice perché si è sentita normale.

 

Torniamo e prepariamo il pranzo.

Faccio io, dice; tu fai pure quello che devi fare.

Nel frattempo rientra Lucia dall’ufficio anagrafe.

Sta facendo i documenti perché vuole sposarsi con Renzo.

Il matrimonio che, verrebbe da dire, non s’ha da fare, perché fondato sull’illusione di un qualcosa che non c’è, e che si spera ci sarà, senza sperarci troppo.

Un matrimonio di interesse: ci sono dei documenti da sistemare, ma forse, ancor più, due solitudini da mettere insieme, affidandosi all’algebra che  insegna che uno più uno fa due.

Quando non ci sono appigli, quando non si sa come-cosa-perché, ci si aggrappa alla fede, che può essere unguento o, in certi casi, incerta consolazione in divenire.

Quei come, quei cosa, quei perché, sono le domande senza risposta di chi non sa il mondo, non conosce il suo alfabeto, non ne capisce la grammatica. L’unica certezza, il non voler essere come quei genitori che non hanno mai saputo vivere, e che producendo figli a go go, hanno trasmesso un’abilità unica nel sopravvivere: considerando il sapore dolce e amaro della vita, è cmq roba da palati fini, e non certo da gente che ha sempre faticato, che non ha tempo per le finezze, per il retrogusto.

“E allora Renzo sarà mio marito, e io gli farò da madre, da amante, da cuoca; e speriamo  vada bene.”

E se non andrà bene, tanto lo sapeva già che sarebbe andata a finire così. 

Mi chiedo che sapore ha la mia, di vita.

E se davvero penso che riuscirò a dare al palato di Lucia la curiosità e la voglia di assaggiare qualcosa di nuovo. 

Vorrei dirmi di sì, che io so come si fa; ma in realtà, tutto quello che so, è poco, e quel poco non dipende da me sceglierlo: al massimo gli posso dare una passata di colore e farlo sembrare gustoso.

 

Mi chiama Terese mi dice che ha bisogno di vedermi. 

Le fisso un appuntamento, ma lei insiste: se avessi mezz’ora, adesso, ne avrebbe davvero bisogno.

Esco, dicendo alle altre che mi assento un poco e poi torno.

La vedo già che sono ancora in calle. 

La riconosco d’istinto, non certo per l’acutezza della vista; ha una forma unica, come il suo modo di stare al mondo. 

È circondata dal fumo, che l’avvolge sempre.

La raggiungo.

Ci diciamo ciao.

Ci sediamo su una panchina davanti alla laguna, a fondamente nove, di fronte a san Michele e Murano. 

La vista toglie il fiato, l’aria è dolce, il sole carezza la pelle.

Si accende una sigaretta subito dopo averne buttata una a terra.

“Devo dirti una cosa importante, prima però devi giurarmi che rimane tra noi.” 

Subito penso che il mio lavoro consiste nell’instaurare una relazione adulta, e che le promesse che non posso mantenere, non me le posso permettere. “Se non è così grave o urgente, diciamo che posso tacere per un poco”, le rispondo.

“Sono incinta. Io e quello scemo di Thomas l’abbiamo fatto, ed è successo. Non so cosa fare.”

Prima di iniziare a fare questo lavoro, pensavo che ci fosse una sorta di saggezza taumaturgica, e che ogni domanda avesse una sua precisa e pronta risposta. 

Ora, dopo tanti anni, dopo molti errori, so solo che si trattava di una mia ingenuità.

Chi ha sempre la risposta, chi finge di averla, è un impostore.

” non so cosa dirti Terese, così a caldo. Quello che posso, è invitarti a parlarne, ad andare a fondo, per trovare se non la risposta, almeno un pensiero, un’indicazione, un qualcosa che ti tolga un po’ di peso.”

Al di là della decisione che prenderà, che a me pare di percepire già dal tono con cui parla, quello che più le preme è condividere la scelta; o addirittura immaginare che l’abbia presa un altro e lei non si sia potuta sottrarre a qualcosa di imposto.

Ricordo ancora il giorno in cui lessi l’articoletto sul giornale che descriveva la sentenza del tribunale, che condannava la madre e l’attuale compagno, al risarcimento nei suoi confronti, per abuso. 

La madre aveva mentito in proposito, pur sotto giuramento, coprendo il compagno. Forse non pensava che, coprendolo, avrebbe infranto due Leggi: quella del codice penale, e quella non scritta che dice che una madre protegge i suoi cuccioli.

La guardo, mentre accende un’altra sigaretta, e provo una compassione tenera. 

Non ho risposte che non siano logiche, che non rispondano ad altro che a quello che è giusto secondo i parametri del buon senso. 

Lei ha bisogno di sentirseli verbalizzare, di sentirseli ripetere, di sottoporli a chiunque abbia un ruolo, una funzione: ha bisogno di condividere, di prendere quella roba là che la sta un poco soffocando, e immaginare che così facendo, quel blocco nero, duro, compatto, si frantumerà e le peserà meno.

Concludiamo il nostro incontro rimandandolo a tre giorni dopo, durante i quali mi impegno a tener fede al nostro segreto, e lei, e anche io, ci penseremo su.

Sta arrivando il vaporetto, spegne la cicca burattandola a terra, dicendo tra sé che è tutta salute guadagnata.

 

Nero – una discesa negli abissi –

Nero

!

Senti le mani impiastricciate, l’odore come di ferro, il silenzio perfetto, profondo, nero.
Ti senti sfinito, pronto a rinascere.

!

Se mi dedichi la tua attenzione ti descrivo com’è il mio nero.
Lo so che sei curiosa, che vorresti chiedermelo ma non ne hai il coraggio: sai stare al mondo, sai quello che si deve dire e quello che non è il caso di pronunciare, e sai che c’è un limite oltre il quale si scade nella maleducazione.
Ma io mi ti concedo, ti esonero dalla fatica di esporti, dall’approfittare di me per soddisfare una tua curiosità; di cui però io sento il rumore, l’eco, lo scalpitio che procede a passo di marcia, e che tu domi come fosse una bestia feroce, anziché una parte di te.

!

Hai visto che lei non vuole stare con sé?
Hai visto come scarta quel che non le piace, come fosse un corpo estraneo? Vedi che ti consiglio sempre il giusto, che la tua è compassione?
!

Ascoltami: il mio nero è come il buio assoluto, è come essere in una stanza senza finestre, senza porte, senza luce: non c’è altro che quel nero profondissimo.
Se vuoi davvero immaginarlo, se desideri immergertene totalmente per un poco, in concreto, ti devo chiedere di provare a diventare me, e per far questo devi lasciarti andare e guidare.

Ti chiedo uno sforzo: cerca di essere completamente qui, ora, senza pensare ad altro.
Ecco: ora sei me.
Immagina di essere in quella stanza di cui ti dicevo, in quel buio; e di non essere più solo.

Accanto a te c’è una persona, una donna.
Se ti va di giocare fino in fondo, chiudi gli occhi, ascoltami, seguimi: ecco sei con me in quella stanza totalmente buia, di una tinta di nero che così non l’avevi mai nemmeno immaginata.

!

A volte arriva come un lampo, è una voce, un dolore, una distrazione, ma passa subito.
E’ una scossa che squassa e annulla ogni pensiero.

!

E sai che c’è qualcuno con te.
Lo sai perché l’aria è diversa, c’è ora un odore nuovo, che cerchi da subito di codificare, che respiri facendolo scorrere tra le pareti delle narici, che arriva alla mente, che corre giù fino al diaframma.
E poi ascolti, senti il suo respiro, ne segui il ritmo, provi a sincronizzarti con esso, fino a che, poco alla volta, lo penetri, lo interiorizzi, diventi amico dei suoi segreti biologici.
E ancora, immagina le mani che cercano il suo corpo: inizi dall’alto, coi polpastrelli, dai capelli e piano scendi verso il viso, collo, spalle, seno, pancia, la fessura che piano s’inumidisce, le cosce, ginocchia, piedi; e da lì risali da dietro, dal basso verso l’alto stavolta.
Senti i pori della sua pelle farsi evidenza a contatto con le tue mani, senti il sudore, il calore, le vibrazioni dell’eccitazione.
E poi con la lingua e la bocca rifai il percorso perché vuoi conoscere il suo sapore.
Labbra e lingua ti trasmettono il suo sapore.
Rotei, infili, sfiori, lasci scie.
Ora sai tutto di lei.
Conosci il suo profumo, il suo respiro, il suo corpo, il gusto della sua pelle.
E ora tocca a lei.
Ti annusa, ti ascolta, ti tasta, ti assaggia.
Alla fine sapete tutto quello che c’è da sapere, tranne l’aspetto formale, perché il nero impedisce qualsiasi immagine, ma tanto non serve, non più: l’intimità annulla la forma.
I vostri corpi si bastano, la mente lavora con gli altri sensi, le sono sufficienti.
La vista è un senso sopravvalutato, di cui però si può fare senza, solo se acuisci gli altri.
E se tutto fosse così, risponderebbe allo stesso meccanismo di conoscenza neurologica e sensoriale.
Se il mondo fosse nero, sarebbe comunque il mondo.

Il mio nero è così, si accende senza colori, si adegua ad un modo altro di

esistere, fino a tararlo alle sue necessità.

!

E tornano ancora quei lampi, quelle voci, la bava della rabbia ti colpisce, ti penetra e improvvisamente scompare.
Tienila a bada, domala e gustala: ancora per poco.

!

Questo è il mio nero, il mio buio felice, la mia scala di valori non visiva, la mia consuetudine esistenziale.
E adesso ti dirò il resto, quello che non potevo dire prima.
È stato semplice dopo che eri venuta, dopo che ti avevo saziata, ti avevo resa felice, condurti al di là.

Stringere un poco, sentire lo spessore della giugulare, il sangue che scorreva, stringere ancora un po’ fino alla fine del respiro, della circolazione, della coscienza.
Sei passata dagli spasmi dell’orgasmo alle convulsioni, alla scomparsa definitiva della luce, alla pace, in un unicum spazio-temporale.

Ho infilato le dita nelle tue orbite, ho estratto le due palle mollicce, me le sono passate sulla pelle, le ho toccate, annusate, leccate, le ho inghiottite, e poi basta.
Ho soltanto voluto regalarti un’esperienza, una morte felice, dopo il culmine del piacere.

Così non subirai la violenza della vita, la sua decadenza, la sua progressiva e

inarrestabile fine.

!

Hai solo ubbidito alle scosse violente procurate da quelle voci che ti ordinavano il da farsi.
!
Ora conosci anche tu la profondità, la consistenza del mio nero.

!

Addio

la caduta di Diogo Mainardi

 

 

 

“La Caduta” Diogo Mainardi Einaudi ( traduzione Tiziano Scarpa)

 

Dopo i tre romanzi di Coetzee, volevo cambiare genere, riprendere fiato. 

Mesi fa ero stato alla presentazione del libro all’Einaudi di Venezia, con autore e traduttore, l’avevo comprato e messo là, in attesa.

Questo libro, in effetti, se volevo cambiare genere, è risultato il più adatto che potessi scegliere: non appartiene a un genere, non si accosta a niente che abbia già letto, non ha paragoni. 

 

Racconta la storia d’amore di un padre nei confronti di un figlio che ha una paralisi cerebrale. 

La paralisi è stata causata da un errore medico, a Venezia; la mia città, quella di Mainardi, di Scarpa, e di suo figlio Tito. 

La città inimitabile, originale, che non somiglia a nessun’altra. Come il romanzo.

Una continua dichiarazione d’amore, colta, incrollabile, rutilante, assoluta. Attraverso continue citazioni, parallelismi, iperboli, compie collegamenti con la letteratura, l’architettura, l’arte, e la sua vita.

Tito, il figlio storpio, che cade continuamente, diventa il centro di un universo esistenziale e amoroso di un padre che vi si abbandona senza rimpianto.

 

Le responsabilità della dottoressa F vengono accertate, viene stabilito il risarcimento, e la famiglia Mainardi tutta, torna a Venezia da Rio de Janeiro; come la circolarità più volte citata in riferimento alla vita del figlio, il romanzo si conclude nello stesso ospedale dove tutto è iniziato.

Piero Pelù

 

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Pelo Pierù, il giovane rocker, è riuscito a inanellare una serie di banalità che nemmeno il parlamento intero riuscirebbe. 

Canottiera, microfono dentro i pantaloni stretti stretti, baffetto hipster, non sa cosa sia la decenza e la data di scadenza. 

Da ggiovane ( e parlo di entrambi), era davvero bravo e insieme ai litfiba, nei primi anni 80, riuscì a fare buona musica e un bello spettacolo ( sui testi sorvolo: siamo a livelli sotterranei). 

Ma la cosa che non mi va giù, è la sua arringa sul lavoro e sugli 80 euro: la retorica del lavoro, che renderebbe liberi, detta da lui che non ha mai lavorato nel senso comunemente inteso, è di una stronzaggine imbarazzante ( che il lavoro renda liberi e non viceversa poi, sarebbe tutta da sviluppare, ma non qui, non ora: farla breve, significherebbe cadere nella sua stessa trappola: banalizzare la serietà ); per non parlare degli euro, cui lui evidentemente non necessita, e che non conosce gli stipendi che i lavoratori mediamente percepiscono. 

Io sono un dipendente pubblico – l’artista scrittore-lettore lo faccio praticamente a gratis, benché non ne vada fiero, anzi – e 80 euro incidono sul mio stipendio: la maggior parte dei dipendenti pubblici che conosco, guadagna dai 1000 ai 1600 euro al mese ( questi ultimi, una minoranza ). 

E’ vero, lo sanno anche i bambini, che così Renzi spera di portare a casa dei voti, ma la carità e l’intelligenza e l’amor proprio e l’onore e il buon senso e l’allegria e lo star bene e il sentirsi facenti parte e degni di una società occidentale sviluppata – la quale non è Pelù né Renzi né Grillo né nonno Silvio, nel senso che vivono vite che non possono essere definite normali, e con questo non intendo certo dare un giudizio, ma esprimere una constatazione oggettiva -, confligge oggi con la fatica di bilanciare quello che fino a ieri era a portata di mano, e oggi non lo è più. 

Parliamo di consumo di beni, certo. 

Da alcuni decenni abbiamo tutti l’auto, gli elettrodomestici, viviamo in case riscaldate, abbiamo acqua e elettricità, cellulari, ci vestiamo, consumiamo: niente di necessario, a volerla vedere con lo sguardo di chi, ad esempio, propone la decrescita come sistema del ritorno alla semplicità e alla felicità ( ognuno del resto coltiva le proprie utopie e combatte le proprie nevrosi come può, a volte dimenticando che il desiderio, il piacere, l’ego sono primordiali, ancestrali, sono frutto di secoli di orientamento educativo, religioso e politico ), ma indispensabili per i consumatori compulsivi, cui Pelù vorrebbe dare una mossa, dall’alto dei suoi guadagni, e dal basso del cavallo dei pantaloni.

Insomma, – e qui mi rivolgo a lui – caro Piero, credi di saperne davvero di lavoro e di pochi euro? 

Non ti mortifica l’idea di predicare il niente, come quelli che accusi?

Gli anni 80 hanno compiuto i trenta da un pezzo, ed è opportuno che ciascuno di noi usi la propria età facendone esperienza. 

La nientità lasciamola a chi la predica e a chi ne ha bisogno.

Rock’n roll!

Antropologia spicciola di un applauso inopportuno: que viva SAP

 

Antropologia spicciola di un applauso inopportuno

 

Rimini aprile 2014 incontro SAP

 

Siamo qui riuniti. 

Eh, sapeste i sacrifici, i turni di merda, i rischi.

Sapeste cosa vuol dire che li prendiamo, e magari questi ci sputano, scalciano, ci graffiano, ci insultano, ci ridono in faccia; li portiamo dentro, minimo gli diamo una passata – eh che sono sti pacifisti che non sanno un cazzo: se non stringi, se non metti in un angolo, questi mica la smettono, mica parlano, mica confessano -, e poi li teniamo un poco così, come in sospensione, con la minaccia che aleggia nell’aria, come se fossero a nostra disposizione: là per noi, che possiamo fare quello che vogliamo, quando ci pare. 

Noi siamo la legge.

 

Allora, in questo caso è andata così: entrano sti tre disgraziati, condannati, che c’hanno famiglia. 

E vuoi che non li applaudiamo? Vuoi che non capiamo, che non sappiamo come vanno le cose?

Vuoi che non sappiamo cosa vuol dire fare la notte di pattuglia, fermare, perquisire, controllare sti ragazzini fatti di qualcosa, che magari ti ridono in faccia mentre tu vorresti essere dentro al letto a dormire, o a farti na bella scopata, o anche solo a guardare la tivù perché sto cazzo di lavoro ti toglie il sonno. 

È un lavoro, capito?

Un lavoro, soltanto un lavoro!

E chi lavora può sbagliare.

È chi non lavora che non sbaglia mai. 

Chi vive di espedienti, chi rompe il cazzo di notte.

Vi fa comodo chiamarci quando i ragazzini fanno casino, quando le puttane urlano, quando si fanno le pere sotto i vostri balconi, no?

E noi si arriva, si fa pulizia, in modo che l’odore e la visione della merda sparisca.

 

Noi capiamo il dolore di un genitore. 

Capiamo anche che non capisca noi. 

Sappiamo che il lavoro sporco non si fa alla luce del sole, ma nelle nostre stanze senza finestre.

E però capita. 

Si arriva in un posto perché ci han chiamato. 

Troviamo sto gruppetto di ragazzi. Se alzano la voce di solito basta uno schiaffone ben dato, e tutti s’azzittano.

Quella volta non era bastato, ed è successo per sbaglio quello che è successo.

A noi piange il cuore.

Ma quanti interventi facciamo che vanno a finir bene?

Se un vostro collega, qualsiasi lavoro facciate, commette un errore involontario, lo lasciate da solo, nella merda? 

Puntate il dito anche voi, come tutti? Vi girate dall’altra parte e andate avanti come se niente fosse?

O forse, invece, non gli fate capire che capite, che siete con lui, che sapete, almeno voi, proprio voi sì, che si può sbagliare?

Ma voi riuscite a immaginare cos’è successo alle loro vite?

Alle mogli, ai figli, agli amici?

Cazzo un collega vero, un amico vero, non vi molla nel momento del bisogno.

 

E anche sta donna, con sta faccia così, con sta aura da santa, che scrive i libri, che va in tivù, che ci insegna a tutti cosa sia la convivenza pacifica, il rispetto delle regole, e che forse c’h fatto una carriera.

Che va dai politici che non vedono l’ora di fare dichiarazioni davanti alle telecamere anche se poi in privato grandi pacche sulle spalle.

Gli unici due che hanno detto qualcosa sono stati Salvini e Giovanardi. 

Salvini fa solo marchette, deve recuperare voti.

Giovanardi invece è uno di noi, un leone, uno che dice sempre quello che pensa, anche se va controcorrente.

Lui sa che bisogna ripulirla sta fogna di Paese.

Lui sa che senza azione, senza sacrificio, contro sti frocetti coi sorrisi e i fiori in bocca e le sopracciglia  e il petto depilato, che si fanno le lampade, che se lo prendono e se lo mettono in culo, affogheremo prima o poi.

Altro che bei discorsi, che isterie, che messa in posa davanti alle telecamere: bisognerebbe dire la verità, aprire gli occhi.

E sapere che qualche volta può succedere l’incidente.

In guerra ci sono sempre vittime.