Antropologia spicciola di un applauso inopportuno: que viva SAP

 

Antropologia spicciola di un applauso inopportuno

 

Rimini aprile 2014 incontro SAP

 

Siamo qui riuniti. 

Eh, sapeste i sacrifici, i turni di merda, i rischi.

Sapeste cosa vuol dire che li prendiamo, e magari questi ci sputano, scalciano, ci graffiano, ci insultano, ci ridono in faccia; li portiamo dentro, minimo gli diamo una passata – eh che sono sti pacifisti che non sanno un cazzo: se non stringi, se non metti in un angolo, questi mica la smettono, mica parlano, mica confessano -, e poi li teniamo un poco così, come in sospensione, con la minaccia che aleggia nell’aria, come se fossero a nostra disposizione: là per noi, che possiamo fare quello che vogliamo, quando ci pare. 

Noi siamo la legge.

 

Allora, in questo caso è andata così: entrano sti tre disgraziati, condannati, che c’hanno famiglia. 

E vuoi che non li applaudiamo? Vuoi che non capiamo, che non sappiamo come vanno le cose?

Vuoi che non sappiamo cosa vuol dire fare la notte di pattuglia, fermare, perquisire, controllare sti ragazzini fatti di qualcosa, che magari ti ridono in faccia mentre tu vorresti essere dentro al letto a dormire, o a farti na bella scopata, o anche solo a guardare la tivù perché sto cazzo di lavoro ti toglie il sonno. 

È un lavoro, capito?

Un lavoro, soltanto un lavoro!

E chi lavora può sbagliare.

È chi non lavora che non sbaglia mai. 

Chi vive di espedienti, chi rompe il cazzo di notte.

Vi fa comodo chiamarci quando i ragazzini fanno casino, quando le puttane urlano, quando si fanno le pere sotto i vostri balconi, no?

E noi si arriva, si fa pulizia, in modo che l’odore e la visione della merda sparisca.

 

Noi capiamo il dolore di un genitore. 

Capiamo anche che non capisca noi. 

Sappiamo che il lavoro sporco non si fa alla luce del sole, ma nelle nostre stanze senza finestre.

E però capita. 

Si arriva in un posto perché ci han chiamato. 

Troviamo sto gruppetto di ragazzi. Se alzano la voce di solito basta uno schiaffone ben dato, e tutti s’azzittano.

Quella volta non era bastato, ed è successo per sbaglio quello che è successo.

A noi piange il cuore.

Ma quanti interventi facciamo che vanno a finir bene?

Se un vostro collega, qualsiasi lavoro facciate, commette un errore involontario, lo lasciate da solo, nella merda? 

Puntate il dito anche voi, come tutti? Vi girate dall’altra parte e andate avanti come se niente fosse?

O forse, invece, non gli fate capire che capite, che siete con lui, che sapete, almeno voi, proprio voi sì, che si può sbagliare?

Ma voi riuscite a immaginare cos’è successo alle loro vite?

Alle mogli, ai figli, agli amici?

Cazzo un collega vero, un amico vero, non vi molla nel momento del bisogno.

 

E anche sta donna, con sta faccia così, con sta aura da santa, che scrive i libri, che va in tivù, che ci insegna a tutti cosa sia la convivenza pacifica, il rispetto delle regole, e che forse c’h fatto una carriera.

Che va dai politici che non vedono l’ora di fare dichiarazioni davanti alle telecamere anche se poi in privato grandi pacche sulle spalle.

Gli unici due che hanno detto qualcosa sono stati Salvini e Giovanardi. 

Salvini fa solo marchette, deve recuperare voti.

Giovanardi invece è uno di noi, un leone, uno che dice sempre quello che pensa, anche se va controcorrente.

Lui sa che bisogna ripulirla sta fogna di Paese.

Lui sa che senza azione, senza sacrificio, contro sti frocetti coi sorrisi e i fiori in bocca e le sopracciglia  e il petto depilato, che si fanno le lampade, che se lo prendono e se lo mettono in culo, affogheremo prima o poi.

Altro che bei discorsi, che isterie, che messa in posa davanti alle telecamere: bisognerebbe dire la verità, aprire gli occhi.

E sapere che qualche volta può succedere l’incidente.

In guerra ci sono sempre vittime.

 

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