Piero Pelù

 

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Pelo Pierù, il giovane rocker, è riuscito a inanellare una serie di banalità che nemmeno il parlamento intero riuscirebbe. 

Canottiera, microfono dentro i pantaloni stretti stretti, baffetto hipster, non sa cosa sia la decenza e la data di scadenza. 

Da ggiovane ( e parlo di entrambi), era davvero bravo e insieme ai litfiba, nei primi anni 80, riuscì a fare buona musica e un bello spettacolo ( sui testi sorvolo: siamo a livelli sotterranei). 

Ma la cosa che non mi va giù, è la sua arringa sul lavoro e sugli 80 euro: la retorica del lavoro, che renderebbe liberi, detta da lui che non ha mai lavorato nel senso comunemente inteso, è di una stronzaggine imbarazzante ( che il lavoro renda liberi e non viceversa poi, sarebbe tutta da sviluppare, ma non qui, non ora: farla breve, significherebbe cadere nella sua stessa trappola: banalizzare la serietà ); per non parlare degli euro, cui lui evidentemente non necessita, e che non conosce gli stipendi che i lavoratori mediamente percepiscono. 

Io sono un dipendente pubblico – l’artista scrittore-lettore lo faccio praticamente a gratis, benché non ne vada fiero, anzi – e 80 euro incidono sul mio stipendio: la maggior parte dei dipendenti pubblici che conosco, guadagna dai 1000 ai 1600 euro al mese ( questi ultimi, una minoranza ). 

E’ vero, lo sanno anche i bambini, che così Renzi spera di portare a casa dei voti, ma la carità e l’intelligenza e l’amor proprio e l’onore e il buon senso e l’allegria e lo star bene e il sentirsi facenti parte e degni di una società occidentale sviluppata – la quale non è Pelù né Renzi né Grillo né nonno Silvio, nel senso che vivono vite che non possono essere definite normali, e con questo non intendo certo dare un giudizio, ma esprimere una constatazione oggettiva -, confligge oggi con la fatica di bilanciare quello che fino a ieri era a portata di mano, e oggi non lo è più. 

Parliamo di consumo di beni, certo. 

Da alcuni decenni abbiamo tutti l’auto, gli elettrodomestici, viviamo in case riscaldate, abbiamo acqua e elettricità, cellulari, ci vestiamo, consumiamo: niente di necessario, a volerla vedere con lo sguardo di chi, ad esempio, propone la decrescita come sistema del ritorno alla semplicità e alla felicità ( ognuno del resto coltiva le proprie utopie e combatte le proprie nevrosi come può, a volte dimenticando che il desiderio, il piacere, l’ego sono primordiali, ancestrali, sono frutto di secoli di orientamento educativo, religioso e politico ), ma indispensabili per i consumatori compulsivi, cui Pelù vorrebbe dare una mossa, dall’alto dei suoi guadagni, e dal basso del cavallo dei pantaloni.

Insomma, – e qui mi rivolgo a lui – caro Piero, credi di saperne davvero di lavoro e di pochi euro? 

Non ti mortifica l’idea di predicare il niente, come quelli che accusi?

Gli anni 80 hanno compiuto i trenta da un pezzo, ed è opportuno che ciascuno di noi usi la propria età facendone esperienza. 

La nientità lasciamola a chi la predica e a chi ne ha bisogno.

Rock’n roll!

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