Nero – una discesa negli abissi –

Nero

!

Senti le mani impiastricciate, l’odore come di ferro, il silenzio perfetto, profondo, nero.
Ti senti sfinito, pronto a rinascere.

!

Se mi dedichi la tua attenzione ti descrivo com’è il mio nero.
Lo so che sei curiosa, che vorresti chiedermelo ma non ne hai il coraggio: sai stare al mondo, sai quello che si deve dire e quello che non è il caso di pronunciare, e sai che c’è un limite oltre il quale si scade nella maleducazione.
Ma io mi ti concedo, ti esonero dalla fatica di esporti, dall’approfittare di me per soddisfare una tua curiosità; di cui però io sento il rumore, l’eco, lo scalpitio che procede a passo di marcia, e che tu domi come fosse una bestia feroce, anziché una parte di te.

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Hai visto che lei non vuole stare con sé?
Hai visto come scarta quel che non le piace, come fosse un corpo estraneo? Vedi che ti consiglio sempre il giusto, che la tua è compassione?
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Ascoltami: il mio nero è come il buio assoluto, è come essere in una stanza senza finestre, senza porte, senza luce: non c’è altro che quel nero profondissimo.
Se vuoi davvero immaginarlo, se desideri immergertene totalmente per un poco, in concreto, ti devo chiedere di provare a diventare me, e per far questo devi lasciarti andare e guidare.

Ti chiedo uno sforzo: cerca di essere completamente qui, ora, senza pensare ad altro.
Ecco: ora sei me.
Immagina di essere in quella stanza di cui ti dicevo, in quel buio; e di non essere più solo.

Accanto a te c’è una persona, una donna.
Se ti va di giocare fino in fondo, chiudi gli occhi, ascoltami, seguimi: ecco sei con me in quella stanza totalmente buia, di una tinta di nero che così non l’avevi mai nemmeno immaginata.

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A volte arriva come un lampo, è una voce, un dolore, una distrazione, ma passa subito.
E’ una scossa che squassa e annulla ogni pensiero.

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E sai che c’è qualcuno con te.
Lo sai perché l’aria è diversa, c’è ora un odore nuovo, che cerchi da subito di codificare, che respiri facendolo scorrere tra le pareti delle narici, che arriva alla mente, che corre giù fino al diaframma.
E poi ascolti, senti il suo respiro, ne segui il ritmo, provi a sincronizzarti con esso, fino a che, poco alla volta, lo penetri, lo interiorizzi, diventi amico dei suoi segreti biologici.
E ancora, immagina le mani che cercano il suo corpo: inizi dall’alto, coi polpastrelli, dai capelli e piano scendi verso il viso, collo, spalle, seno, pancia, la fessura che piano s’inumidisce, le cosce, ginocchia, piedi; e da lì risali da dietro, dal basso verso l’alto stavolta.
Senti i pori della sua pelle farsi evidenza a contatto con le tue mani, senti il sudore, il calore, le vibrazioni dell’eccitazione.
E poi con la lingua e la bocca rifai il percorso perché vuoi conoscere il suo sapore.
Labbra e lingua ti trasmettono il suo sapore.
Rotei, infili, sfiori, lasci scie.
Ora sai tutto di lei.
Conosci il suo profumo, il suo respiro, il suo corpo, il gusto della sua pelle.
E ora tocca a lei.
Ti annusa, ti ascolta, ti tasta, ti assaggia.
Alla fine sapete tutto quello che c’è da sapere, tranne l’aspetto formale, perché il nero impedisce qualsiasi immagine, ma tanto non serve, non più: l’intimità annulla la forma.
I vostri corpi si bastano, la mente lavora con gli altri sensi, le sono sufficienti.
La vista è un senso sopravvalutato, di cui però si può fare senza, solo se acuisci gli altri.
E se tutto fosse così, risponderebbe allo stesso meccanismo di conoscenza neurologica e sensoriale.
Se il mondo fosse nero, sarebbe comunque il mondo.

Il mio nero è così, si accende senza colori, si adegua ad un modo altro di

esistere, fino a tararlo alle sue necessità.

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E tornano ancora quei lampi, quelle voci, la bava della rabbia ti colpisce, ti penetra e improvvisamente scompare.
Tienila a bada, domala e gustala: ancora per poco.

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Questo è il mio nero, il mio buio felice, la mia scala di valori non visiva, la mia consuetudine esistenziale.
E adesso ti dirò il resto, quello che non potevo dire prima.
È stato semplice dopo che eri venuta, dopo che ti avevo saziata, ti avevo resa felice, condurti al di là.

Stringere un poco, sentire lo spessore della giugulare, il sangue che scorreva, stringere ancora un po’ fino alla fine del respiro, della circolazione, della coscienza.
Sei passata dagli spasmi dell’orgasmo alle convulsioni, alla scomparsa definitiva della luce, alla pace, in un unicum spazio-temporale.

Ho infilato le dita nelle tue orbite, ho estratto le due palle mollicce, me le sono passate sulla pelle, le ho toccate, annusate, leccate, le ho inghiottite, e poi basta.
Ho soltanto voluto regalarti un’esperienza, una morte felice, dopo il culmine del piacere.

Così non subirai la violenza della vita, la sua decadenza, la sua progressiva e

inarrestabile fine.

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Hai solo ubbidito alle scosse violente procurate da quelle voci che ti ordinavano il da farsi.
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Ora conosci anche tu la profondità, la consistenza del mio nero.

!

Addio

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