Monthly Archives: June 2014

krishnamurti sull’amore

 

 

L’amore (Jiddu Krishnamurti)

Cos’è l’amore? La parola è talmente falsata e contaminata che non mi va granché di usarla. Tutti parlano di amore – ogni rivista e ogni giornale, ogni missionario parla incessantemente di amore. Amo il mio paese, il mio re, qualche libro, quella montagna, il piacere, mia moglie, Dio.

L’amore è una idea? Se lo è può essere coltivata, nutrita, accarezzata, comandata a bacchetta, alterata come volete. Quando dite di amare Dio cosa significa? Significa che amate una proiezione della vostra immagine, una proiezione di voi stessi sotto certe spoglie di rispettabilità, secondo quello che credete sia nobile e santo. (…)

L’amore può essere l’ultima soluzione a tutte le difficoltà, i problemi e le pene dell’uomo, dunque come faremo a scoprire cos’è l’amore? Limitandoci a definirlo? La chiesa lo ha definito in un modo, la società in un altro, e c’ è una gran quantità di deviazioni e di interpretazioni sbagliate.

Adorare qualcuno, dormirci insieme, lo scambio emotivo, l’amicizia – è questo quello che intendiamo per amore? (.)

L’amore può essere diviso in sacro e profano, umano e divino, o c’è solamente amore? L’amore appartiene a uno e non a molti? Se dico, “Ti amo”, esclude forse ciò l’amore dell’altro? L’amore è personale o impersonale? Morale o immorale? E’ qualcosa di intimo, o no? Se amate l’umanità potete amare il particolare? L’amore e un sentimento? E’ una emozione? E’ piacere e desiderio?

Tutte queste domande indicano – non è vero? – che abbiamo delle idee sull’ amore, idee su ciò che dovrebbe e non dovrebbe essere; un modello, o un codice maturato nella cultura in cui viviamo.

Così per approfondire la questione di cosa sia l’amore dobbiamo come prima cosa liberarci dalle incrostazioni dei secoli, mettere da parte tutti gli ideali e le ideologie su ciò che dovrebbe, o non dovrebbe essere. Dividere qualsiasi cosa in quello che dovrebbe essere e in ciò che è, è il modo più ingannevole di vivere.

Dunque, come farò a scoprire cos’è questa fiamma che chiamiamo amore – non per esprimerlo a qualcun altro, ma per sapere cosa esso sia in se stesso?

Come prima cosa devo respingere quello che la chiesa, la società, i miei genitori e amici, quello che ogni persona e ogni libro ha detto su di esso, perché voglio scoprire da solo cosa è. (.)

Il governo dice: “Va’ e uccidi per amore del tuo paese”. È amore questo? La religione dice: “Dimentica il sesso per amore di Dio”. E’ amore questo? L’ amore è desiderio? Non dite di no. Per la maggior parte di noi lo è – desiderio e piacere, il piacere che è derivato dai sensi, dalla attrazione sessuale e dalla soddisfazione. Non sono contrario al sesso, ma cercate di vedere cosa in esso sia implicato. Quello che il sesso vi dà momentaneamente è il totale abbandono di voi stessi, poi finite per ritornate alla vostra confusione e così volete ripetere e ripetere quello stato in cui non c’è preoccupazione, problema, io. (.)

L’appartenere a un altro, l’essere psicologicamente nutrito da un altro, dipendere da un altro – in tutto ciò deve esserci sempre ansietà, paura, gelosia, colpa, e finché c’è paura non c’è amore; una mente oppressa dal dolore non saprà mai cos’è l’amore; il sentimentalismo e l’emotività non hanno assolutamente niente a che fare con l’amore. E così l’amore non ha niente a che fare con il piacere e il desiderio.

L’amore non è un prodotto del pensiero che è il passato. Il pensiero non può assolutamente coltivare l’amore. L’amore non è limitato o intrappolato dalla gelosia poiché la gelosia appartiene al passato. L’amore è sempre attivo presente. Non è “Amerò” oppure “Ho amato”.

Se conoscete l’amore non seguirete nessuno, l’amore non obbedisce. Quando amate non c’è rispetto, né irriverenza. Non sapete cosa realmente vuol dire amare qualcuno – amare senza odio, senza gelosia, senza rabbia, senza volere interferire con quello che l’altro fa o pensa, senza condannare, senza far paragoni – non sapete cosa vuol dire?

Dove c’è amore c’è paragone? Quando amate qualcuno con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto il corpo con tutto il vostro essere c’è paragone? Quando vi abbandonate completamente a quell’amore allora non c’è l’altro. Forse che l’amore ha delle responsabilità e dei doveri e ne fa uso?

Quando fate qualcosa al di fuori del dovere, c’è amore? Nel dovere non c’è amore. La struttura del dovere in cui l’essere umano è intrappolato lo va distruggendo.

Finché sarete costretti a fare qualcosa perché è vostro dovere non amerete quello che fate. Quando c’è amore non c’è dovere o responsabilità. (.) Se ci fate caso potete vedere che tutto ciò accade dentro di voi, potete vederlo con pienezza, completamente, in uno sguardo, senza sprecare tempo a farci su delle analisi. Potete vedere in un momento l’intera struttura e natura di questa piccola cosa senza valore chiamata “io”, le mie lacrime, la mia famiglia, la mia nazione, la mia fede, la mia religione – tutte queste brutture sono dentro di voi.

Quando ve ne renderete conto con il cuore, non con la mente, quando ve ne renderete conto dal più profondo del cuore, allora avrete la chiave che potrà mettere fine al dolore. (…)

Quando chiedete cos’è l’amore, potreste essere troppo spaventati per vedere la risposta. Essa potrebbe significare un cambiamento radicale; potrebbe frantumare la famiglia; potreste scoprire di non amare vostra moglie, o vostro marito, o i vostri bambini – no? – potreste dover distruggere la casa che avete costruito, potreste non tornare più al tempio.

Ma se volete ancora scoprirlo, vedrete che la paura non è amore, che dipendere non è amore, la gelosia non è amore, la possessività e il desiderio di dominare non sono amore, la responsabilità e il dovere non sono amore, l’autocommiserazione non è amore, l’angoscia di non essere amato non è amore, amore non è l’opposto di odio più di quanto umiltà non sia l’opposto di vanità. (.)

E così siamo arrivati al punto: può la mente incontrare l’amore senza bisogno di disciplina, pensiero, sforzo, senza alcun libro o maestro o guida – incontrarlo come si incontra un bel tramonto? (…)

Una mente che ricerca non è una mente appassionata e incontrare l’amore senza cercare è l’unico modo per trovarlo – incontrarlo ignari, e non come risultato di uno sforzo o di una esperienza. Questo amore, scoprirete non appartiene al tempo; questo amore è sia personale che impersonale, appartiene sia ad uno che a molti.

Come per un fiore profumato che voi potete odorare o trascurare. Quel fiore è lì per chiunque, anche per colui che si prende la pena di odorarlo profondamente e di guardarlo con piacere. Sia egli molto vicino nel giardino o molto lontano, per il fiore è la stessa cosa, essendo ricco di quel profumo lo distribuisce a tutti.

L’amore è qualcosa di nuovo, fresco, vivo. Non ha ieri né domani. E’ al di là della confusione del pensiero. Solo la mente innocente sa cosa sia l’amore, e la mente innocente può vivere nel mondo che innocente non è. E’ possibile scoprire questa cosa straordinaria che l’uomo ha cercato eternamente, nel sacrificio, nell’adorazione, nel rapporto, nel sesso, in ogni forma di piacere e di dolore, solamente quando il pensiero arriva a comprendere se stesso e giunge naturalmente a fine. (…)

Potete leggere queste parole ipnotizzati e incantati, ma andare al di là del pensiero e del tempo realmente – cioè andare al di là del dolore – vuol dire essere consapevoli che c’è un’altra dimensione chiamata amore. Ma non sapete come raggiungere questa straordinaria sorgente – cosa fate dunque? Se non sapete che fare, non fate niente, non è vero? Assolutamente niente.

Allora intimamente voi siete nel più completo silenzio. Capite cosa vuoi dire? Vuol dire che non cercate non volete, non andate a caccia di qualcosa; non c’è assolutamente un centro.

Allora c’è amore.

il mio mondiale ( e due)

Non è la prima volta che mi succede, né sarà l’ultima. 

Penso che alcune forme d’arte lavorino sotto sotto, dentro dentro, senza far rumore, eppure scuotendo e risvegliando parti dormienti.

Ieri sera, venerdì, alle 17.47, dopo aver lavorato sin dalla mattina avevo bisogno di un poca di energia: mi sono messo le cuffiette facendo andare la musica in random.

Prendo il Terraglio e inizio a camminare con le racchette da nordic walking.

La strada è deserta: sembra l’Italia estiva di dieci anni fa, quando la gente andava ancora in ferie.

Sembra la città di McCarty, c’è persino un accenno di venticello che farebbe ruzzolare le sterpaglie del deserto, se non ci fossero soltanto asfalto e platani.

Cammino svelto, per consumare calorie, per astrarmi dalle troppe parole accumulate in una settimana di lavoro, per bruciare l’eccesso di affettività con cui devo, mio malgrado, avere a che fare. 

 

Parte “even flow” dei pearl jam versione live.

Io sono cresciuto col rock: non sono un raffinato cultore del jazz, non sono un colto appassionato di classica, ma un rockettaro grezzone. 

Amo in realtà quasi tutta la musica, ma certi movimenti interiori, me li provoca solo il rock. La canzone tra l’altro non è nemmeno tra le mie preferite, ma mi è successo quello che talvolta mi succede ascoltando gli assoli di chitarra elettrica di Neil Young o David Gilmour – e cito i primi due che mi vengono in mente, ma ce ne sono altri -: dapprima ho come un moto di piccola esaltazione, di ariosità, come se stesse aumentando la saturazione di ossigeno e riuscissi a respirare un’aria più pura, preziosa; e poi, mi escono le lacrime: beninteso, non tante quante un pianto; un poche di lacrime. Questo senza che abbia la netta sensazione causa-effetto, senza grandi pensieri, risoluzioni esistenziali, commozioni teatrali. No, senza tutto ciò. Credo sia una questione biologica, meccanica più che direttamente emozionale.

Qualcosa dentro il mio corpo si muove al rumore di una chitarra elettrica che prolunga il suono in modo al contempo artificiale e sublime. La macchina che siamo, attraverso i fili dei nervi, le condotte venose e arteriose, le scosse elettriche, la produzione di dopamina, i muscoli volontari e involontari, a un determinato segnale, si muovono producendo qualche lacrima.

Sono di ritorno.

La stanchezza stempera ogni rimorso, ogni pensiero compiuto.

Gli occhi mi bruciano un poco; sarà il salato del sudore, o quelle lacrime involontarie.

Mi pare di riconoscere all’interno di un mastodontico suv Galan, con quel sorriso salace che gli storce un po’ la bocca in una smorfia ironica e altezzosa.

Ma non sarà lui, penso: sta giocando l’Italia e sarà in compagnia di qualche ometto che fa il politico, a contare i soldi che hanno di sicuro scommesso.

 

Rientro.

Mancano due minuti alla fine.

L’Italia perde uno a zero.

I telecronisti non si accorgono che due giocatori hanno quasi lo stesso cognome di due grandi scrittori: Bolanos e Borges.

Neanche Galan se ne sarà accorto; forse Dell’Utri.

Vado a farmi una doccia.

Mondiale

E’ sabato sera.

La settimana tropicale si è conclusa stasera con un vento freddo, con ondate di pioggia a secchiate, con la tanto sospirata partita dell’Italia a mezzanotte.

Da qualche giorno si è tornati a gridare “forza italia”, nonostante.

Sono le 22.30, sto cedendo al sonno sul divano, da solo, con cagnona che russa e abbozza piccoli guaiti dovuti ai sogni che fa. L’ho già portata fuori, per cui sono libero.

Mi chiedo cosa potrei fare di intelligente, ma non viene niente; allora opterei per qualcosa di stupido, più nelle mie corde: decido di prendere la bici e faccio un giro.

 

Il Terraglio è una strada storica: unisce Treviso a Mestre. E’ un lungo vialone di una ventina di chilometri con ai lati platani, ville padronali; attraversa qualche cittadina, frazione, ed è pressoché un continuo alternarsi di case, ed esercizi commerciali.

 

Prendo la bici, esco dal cancello.

Mi metto in strada, lungo la pista ciclabile. Il vento arriva a folate violentissime, freddo. Mi chiedo come sia possibile che io faccia una cosa simile: sì, una “cosa”: non so come altro definire una simile azione.

Nei social non si parlava d’altro che di partite e di mondiali: chi sa tutto, oppure chi si vanta di non saperne niente.

Io sono tra coloro che non riescono a capire a fondo la passione per il calcio. Ho uno sguardo logico, esterno, immune alla passione, di cui vedo soprattutto i lati negativi: il business, la fede ( sì, la “fede”), la violenza e, personalmente, non essendone partecipe, aggiungo la noia. Detto questo, le partite dei mondiali, se ne ho occasione, non le disdegno; ma non certo tutte, anzi, pochissime. 

Se l’Italia va avanti, ammetto anche un certo trasporto, ma non si avvicina nemmeno al tifo, alla passione, alla fede.

 

Procedo a fatica, controvento.

Sono ormai le 23 inoltrate: di solito il popolo della notte ( sì, ho scritto “il popolo della notte”) affolla le strade. In particolare il Terraglio, di cui avevo omesso un particolare non irrilevante: è una delle strade della prostituzione.

Da una certa ora in poi, è pieno di puttane.

Mentre penso al vuoto dello stradone, ne incontro un gruppetto: sono tre, parlottano tra loro fumando una sigaretta, ridacchiando a tratti.

Mi guardano con uno sguardo professionale, ma capiscono subito. 

Mi salutano, ricambio il saluto, mi fermo.

Ciao ragazze, dico. 

Ciao bello, rispondono.

Non si lavora stasera? chiedo.

C’è la partita, dicono, ridendo. Gli italiani stasera niente… ( e mi fanno il segno inequivocabile con la mano ). 

Guardano partita e poi forse venire, e scoppiano a ridere.

 

Sono molto carine. Hanno pochi anni più di mia figlia. Vestiti a parte, da così vicino, mi sembrano ragazzine capitate in quel posto casualmente.

Mi guardano con simpatia, vedendo in me uno innocuo. 

Non so cosa dire, e mi piacerebbe abbracciarle. Vorrei essere capace di sollievo, di leggerezza, di umorismo intelligente.

Gli chiedo se vogliono che gli offra una birra, ma mi dicono che preferiscono non entrare in bar, con un tono che prevede un sottinteso evidente. 

Mi ringraziano e ridono. 

Voi italiani certe volte gentili, dice una di loro che avrà diciannove anni, accento albanese.

Beh, buonanotte, dico, abbozzando un sorriso.

Ciao, rispondono.

 

Giro la bici e torno verso casa.

L’aria è fredda, il vento contrario. 

Mancano pochi minuti a mezzanotte. 

Il silenzio è totale.

La strada è solo mia, penso.

Mi sento padrone di non so cosa.

Apro il cancello, appoggio la bici, apro il portoncino.

Nelle scale si sente qualche commento eccitato proveniente da un appartamento del condominio.

Vado in bagno, mi faccio una doccia, vado a letto.

Cado nel sonno pressoché immediatamente.

A un certo punto, nel sonno, mi pare di sentire un vociare lontano, e forse la pioggia che ha iniziato a scrosciare con violenza.

Penso che forse hanno segnato. 

E che forse stasera le ragazze non lavoreranno.

 

 

mose e caldo tropicale

 

Venerdì mattina di una settimana estiva.

Venerdì mattina di una settimana estiva tra i 35 e i 40 gradi. 

L’Italia è ormai un paese tropicale senza essere addestrato ai tropici.

A mezza mattina qui la maggior parte delle persone hanno un’età media giovane: studenti universitari, liceali che bighellonano, bambini con mamme, turisti; poche presenze superano i quaranta: io, una coppia di turisti, una suora bassina e anzianotta.

L’aria condizionata allieta il percorso urbano, e stranamente non si è tutti appiccicati l’uno contro l’altro. 

Il sole è accecante, il cielo azzurro luminosissimo; per strada si superano i trenta nonostante il temporale notturno. 

 

Una delle ultime fermate di Mestre. 

Una delle ultime fermate di Mestre. Un ragazzo secco secco, con due braccine così, ma nervose, minacciose benché apparentemente fragili e come grissini; scende e subito inizia a inveire contro l’autista. 

Oh, coglione, cosa volevi fare con quelle porte, staccarmi la testa? , urla dal marciapiede. Ha una borsa con sé: un borsone rosso di una società sportiva che non riesco a identificare; i capelli rasati ai lati e dietro, bananone e gel, sopra. Mentre urla, in dialetto stretto, gli si formano sulla bocca delle bavette bianche, dense, che mi ricordano quelle che si formano a quelli imbottiti di farmaci. Il corpo freme di rabbia, è pura energia giovanile: sembra che pelle e scheletro siano uniti e tenuti insieme da fasci di nervi solidissimi, scattanti ed elastici. Un colpo di vento e volerebbe via, e al tempo stesso capace di una forza d’urto possente. 

Urla incurante di tutti: dei bambini, della suora, di tutti noi; a pochi passi la fidanzatina mastica il suo chewing-gum con espressione indifferente. 

Lui urla, lei mastica: muovono in sincrono le mascelle.

L’autista reagisce insultandolo a sua volta, ma con parole meno pesanti.

La tensione di due maschi che marcano il territorio: la stessa sia per gli uomini che per gli animali: un’aria densa di stupida fragilità di genere.

All’interno del bus le urla rimbalzano, evidenziando il silenzio che infrangono, sgretolandolo.

 

Penso che questa settimana è stata una settimana pesante

Penso che questa settimana è stata una settimana pesante per la città. 

L’arresto del sindaco, avvocato ricchissimo; degli assessori regionali, dell’ex presidente, di imprenditori: i lavori del MOSE sono una voragine senza fine; una tentazione, un’abbondante occasione che accontenta tutti. 

In nero naturalmente. 

Ci sono corruttori e corrotti. 

C’è un vorticoso flusso di denaro che sprigiona un irresistibile richiamo cui nessuno può resistere.

E l’idea che serpeggia è che siamo nel pieno di una babele in cui chi gestisce il potere, si concede alla tentazione senza remore, retro pensiero, scalfittura morale. 

 

E la gente

E la gente  – quella con due G: la ggente – , assiste e reagisce secernendo bava. 

La rabbia colpisce, scudiscia; tanto più, quanto non compartecipa; a maggior ragione se l’unico e ultimo strumento di comunanza è lo sdegno, che usa come frusta, come forca, come vendetta.

Questi esseri immondi usano i soldi pubblici per avere case sempre più grandi, sempre più auto, moto, barche, ristoranti, gente che gli succhia l’uccello, che le fa sentire amate,m desiderate, temute, adorate.

Gente che magari toglie soldi ai vecchi o agli handicappati per fare le ferie a cinque stelle.

 

E questo caldo che ti spossa, che non fa dormire, che ti fa galleggiare in una sorta di ubriacatura senza ebrezza, dovuta alla stanchezza. 

Che rende osceno, marchiano, caricaturale, un esistere che è sempre più un sopravvivere, e alcune volte, sempre più frequenti, una depressiva lotta contro la propria sconfitta sociale.

Un caldo che toglie le forze, la serenità, lasciando emergere gli aspetti più ancestrali e istintuali, librandoli dalle gabbie del perbenismo.

 

Il ragazzo tira fuori un coltello

Il ragazzo tira fuori un coltello, lo fa vorticare in aria, striscia la cabina di plastica dell’autista, sputa saliva spessa e bianchissima sul pavimento del bus. 

Ride e inveisce nella sorda e autistica indifferenza dei passeggeri.

Poi urla, strilla, piange, barcolla all’indietro fino a scendere dal bus.

L’autista ne approfitta, chiude la porta anteriore, accelera.

Ignorante, dice, rivolto al ragazzo.

Rivolgo lo sguardo al marciapiede della fermata.

Vedo il ragazzo accosciato; la fidanzata gli cinge le spalle col suo braccio. 

Da lontano pare in preda a una crisi di nervi; dalle movenze scattose, sembra stia singhiozzando.

Arriviamo sopra il cavalcavia,

L’autista scende.

Il suo collega gli dà il cambio. 

Gli chiede se va tutto bene. 

Sì, a parte il caldo, risponde.

 

Mose

L’altro giorno camminavo in zona Carampane a Venezia.  Passando accanto a  un ristorante, vedendo un tavolo con persone che chiacchieravano, dal loro abbigliamento e dalla postura, ho immaginato che fossero a un pranzo aziendale, o d’affari.

Quello che ho pensato, è stato: scaricheranno la fattura? E chi la paga?

Era il giorno dell’arresto Mose, nella testa la nausea del chiacchiericcio, delle risatine eh eh, dei visi tesi, dei luoghi comuni che si avverano.

Non potevo evitare di sentirmi parte del gioco: un gioco in cui regna lo squallore delle nostre insulse esistenze.

 

Non so chi tra i presunti colpevoli mi stia più antipatico: è una gara i cui partecipanti mi sono più che altro indifferenti, pur non essendo immune alla prosopopea e alla scala di valori di certi scagnozzi fattisi amministratori, che con la morale di chi sputacchia invece di parlare, che si circonda di fighette e giovani laureati che gli scrivono i discorsi, che gestiscono i beni comuni come fossero cosa loro, e che sottolineano e sottintendono  continuamente di avere talmente tanto potere da far dipendere le vite e le carriere altrui, da un guizzo umorale: l’esercizio di potere di chi dice “vedremo”, “ non so”, “dipende”, “la richiamo”, “le faccio sapere”, eccetera.

Gente che ti parla in dialetto per farti capire che sono come te, che fanno grasse risate per una barzelletta sui froci o sulla figa, che promettono purché tu capisca che le questioni sono complesse. 

Una complessità che per altro non è alla loro portata, a meno che non si tratti di contabilità percentuale.

 

E poi le discussioni infinite con tutti quelli che sapevano, che avevano capito. E io che non sapevo, che non avevo capito, a chiedermi e chiedere loro perché, se sapevano, tacevano.

Ma non mi ritiro, non mi nascondo.

Anch’io so come funzionano le cose ( più loro che “nostre”), e però fino a un certo punto. 

Io vivo del mio stipendiuccio da dipendente pubblico di basso livello; uno di coloro per i quali la famiglia avrebbe firmato cambiali a vita purché il proprio figlio diventasse uno della Classe Media col posto sicuro, non potendo immaginare che la classe media e il posto sicuro sarebbero diventati quello che sono.    

Non parliamo poi del fatto che sono addirittura uno scrittore e uno che gira e legge quello che scrive: un artista in famiglia! Se avessero saputo come sono ridotti la maggior parte di questi, specie quelli part time ( la maggior parte di noi lavora per campare, e scrive per non soccombere alla tristezza del campare).

Insomma, sono uno arrivato.

Sono uno che crede di capire come va il mondo perché lo descrive, scrivendo.

 

E quindi quelli di sinistra, quelli di destra, quelli di Grillo: tutti sapevano, e hanno le prove, e sono documentati, e lo possono dimostrare, e quando non sanno qualcosa, c’è sempre wikipedia che toglie ogni dubbio, e fa risparmiare tempo e fatica.

Tutti sanno di non sapere, per carità; ma sanno anche che in rete il non sapere si appiana, si livella, per cui diventa un “sì, so di non sapere, ma so”.

 

Io invece non so davvero, e non riesco a immaginare come si possa arrivare a tanto. Non capisco come, se si è già benestanti, si possa volere di più, e di più, fino al punto che non basta mai.

E non riesco a concepire come si possa, per riuscire a ottenere ciò che mi spetta in quanto soggetto attivo della collettività, dover strisciare davanti a un vermiciattolo che però fa l’assessore.

Non so come si faccia a corrompere, forse perché non ne ho i mezzi.

Non so come si possa pensare e affermare di sapere, salvo poi far sì che quel sapere non venga reso pubblico.

Non so come ci si possa pensare liberi, se si sottostà a questi ricatti, a questo stato delle cose.

 

Non ho soluzioni, e non ho abbastanza immaginazione e sapere, da immaginare e sapere come se ne esce, come si rifonda, si ricostruisce.

So solo che bisogna ripartire dalle fondamenta.

E so che le fondamenta siamo ciascuno di noi.

E so che se solo si viene sfiorati dall’invidia nei confronti di un qualunque miserabile assessore o ministro che sia, solo perché dorme in hotel lussuosi, mangia in ristoranti stellati, si fa fare un pompino da un/a giovane perché paga il cachet coi soldi pubblici, allora si dovrebbe tacere e analizzare quell’invidia, quel desiderio, quella bramosia da esserucci umanoidi.

Mai sottovalutare il desiderio, il piacere: ci abita tutti indistintamente e in questo Paese si manifesta soprattutto quando si ha un piccolo o grande potere.

Il quale diventa un problema quando si pensa di sapere tutto e però si tace.

Perché se si tace sulle cose serie, nessuno potrà poi rinfacciartele.

 

Il prossimo sindaco lo voterò anch’io poiché sono tornato a risiedere in città ( terraferma ovviamente: troppo cara Venezia centro storico per un dipendente pubblico e un artista del mio livello).

Dovessi venire a scoprire il torbido, non starò zitto: giuro sull’assessorato!