Mose

L’altro giorno camminavo in zona Carampane a Venezia.  Passando accanto a  un ristorante, vedendo un tavolo con persone che chiacchieravano, dal loro abbigliamento e dalla postura, ho immaginato che fossero a un pranzo aziendale, o d’affari.

Quello che ho pensato, è stato: scaricheranno la fattura? E chi la paga?

Era il giorno dell’arresto Mose, nella testa la nausea del chiacchiericcio, delle risatine eh eh, dei visi tesi, dei luoghi comuni che si avverano.

Non potevo evitare di sentirmi parte del gioco: un gioco in cui regna lo squallore delle nostre insulse esistenze.

 

Non so chi tra i presunti colpevoli mi stia più antipatico: è una gara i cui partecipanti mi sono più che altro indifferenti, pur non essendo immune alla prosopopea e alla scala di valori di certi scagnozzi fattisi amministratori, che con la morale di chi sputacchia invece di parlare, che si circonda di fighette e giovani laureati che gli scrivono i discorsi, che gestiscono i beni comuni come fossero cosa loro, e che sottolineano e sottintendono  continuamente di avere talmente tanto potere da far dipendere le vite e le carriere altrui, da un guizzo umorale: l’esercizio di potere di chi dice “vedremo”, “ non so”, “dipende”, “la richiamo”, “le faccio sapere”, eccetera.

Gente che ti parla in dialetto per farti capire che sono come te, che fanno grasse risate per una barzelletta sui froci o sulla figa, che promettono purché tu capisca che le questioni sono complesse. 

Una complessità che per altro non è alla loro portata, a meno che non si tratti di contabilità percentuale.

 

E poi le discussioni infinite con tutti quelli che sapevano, che avevano capito. E io che non sapevo, che non avevo capito, a chiedermi e chiedere loro perché, se sapevano, tacevano.

Ma non mi ritiro, non mi nascondo.

Anch’io so come funzionano le cose ( più loro che “nostre”), e però fino a un certo punto. 

Io vivo del mio stipendiuccio da dipendente pubblico di basso livello; uno di coloro per i quali la famiglia avrebbe firmato cambiali a vita purché il proprio figlio diventasse uno della Classe Media col posto sicuro, non potendo immaginare che la classe media e il posto sicuro sarebbero diventati quello che sono.    

Non parliamo poi del fatto che sono addirittura uno scrittore e uno che gira e legge quello che scrive: un artista in famiglia! Se avessero saputo come sono ridotti la maggior parte di questi, specie quelli part time ( la maggior parte di noi lavora per campare, e scrive per non soccombere alla tristezza del campare).

Insomma, sono uno arrivato.

Sono uno che crede di capire come va il mondo perché lo descrive, scrivendo.

 

E quindi quelli di sinistra, quelli di destra, quelli di Grillo: tutti sapevano, e hanno le prove, e sono documentati, e lo possono dimostrare, e quando non sanno qualcosa, c’è sempre wikipedia che toglie ogni dubbio, e fa risparmiare tempo e fatica.

Tutti sanno di non sapere, per carità; ma sanno anche che in rete il non sapere si appiana, si livella, per cui diventa un “sì, so di non sapere, ma so”.

 

Io invece non so davvero, e non riesco a immaginare come si possa arrivare a tanto. Non capisco come, se si è già benestanti, si possa volere di più, e di più, fino al punto che non basta mai.

E non riesco a concepire come si possa, per riuscire a ottenere ciò che mi spetta in quanto soggetto attivo della collettività, dover strisciare davanti a un vermiciattolo che però fa l’assessore.

Non so come si faccia a corrompere, forse perché non ne ho i mezzi.

Non so come si possa pensare e affermare di sapere, salvo poi far sì che quel sapere non venga reso pubblico.

Non so come ci si possa pensare liberi, se si sottostà a questi ricatti, a questo stato delle cose.

 

Non ho soluzioni, e non ho abbastanza immaginazione e sapere, da immaginare e sapere come se ne esce, come si rifonda, si ricostruisce.

So solo che bisogna ripartire dalle fondamenta.

E so che le fondamenta siamo ciascuno di noi.

E so che se solo si viene sfiorati dall’invidia nei confronti di un qualunque miserabile assessore o ministro che sia, solo perché dorme in hotel lussuosi, mangia in ristoranti stellati, si fa fare un pompino da un/a giovane perché paga il cachet coi soldi pubblici, allora si dovrebbe tacere e analizzare quell’invidia, quel desiderio, quella bramosia da esserucci umanoidi.

Mai sottovalutare il desiderio, il piacere: ci abita tutti indistintamente e in questo Paese si manifesta soprattutto quando si ha un piccolo o grande potere.

Il quale diventa un problema quando si pensa di sapere tutto e però si tace.

Perché se si tace sulle cose serie, nessuno potrà poi rinfacciartele.

 

Il prossimo sindaco lo voterò anch’io poiché sono tornato a risiedere in città ( terraferma ovviamente: troppo cara Venezia centro storico per un dipendente pubblico e un artista del mio livello).

Dovessi venire a scoprire il torbido, non starò zitto: giuro sull’assessorato!

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