il mio mondiale ( e due)

Non è la prima volta che mi succede, né sarà l’ultima. 

Penso che alcune forme d’arte lavorino sotto sotto, dentro dentro, senza far rumore, eppure scuotendo e risvegliando parti dormienti.

Ieri sera, venerdì, alle 17.47, dopo aver lavorato sin dalla mattina avevo bisogno di un poca di energia: mi sono messo le cuffiette facendo andare la musica in random.

Prendo il Terraglio e inizio a camminare con le racchette da nordic walking.

La strada è deserta: sembra l’Italia estiva di dieci anni fa, quando la gente andava ancora in ferie.

Sembra la città di McCarty, c’è persino un accenno di venticello che farebbe ruzzolare le sterpaglie del deserto, se non ci fossero soltanto asfalto e platani.

Cammino svelto, per consumare calorie, per astrarmi dalle troppe parole accumulate in una settimana di lavoro, per bruciare l’eccesso di affettività con cui devo, mio malgrado, avere a che fare. 

 

Parte “even flow” dei pearl jam versione live.

Io sono cresciuto col rock: non sono un raffinato cultore del jazz, non sono un colto appassionato di classica, ma un rockettaro grezzone. 

Amo in realtà quasi tutta la musica, ma certi movimenti interiori, me li provoca solo il rock. La canzone tra l’altro non è nemmeno tra le mie preferite, ma mi è successo quello che talvolta mi succede ascoltando gli assoli di chitarra elettrica di Neil Young o David Gilmour – e cito i primi due che mi vengono in mente, ma ce ne sono altri -: dapprima ho come un moto di piccola esaltazione, di ariosità, come se stesse aumentando la saturazione di ossigeno e riuscissi a respirare un’aria più pura, preziosa; e poi, mi escono le lacrime: beninteso, non tante quante un pianto; un poche di lacrime. Questo senza che abbia la netta sensazione causa-effetto, senza grandi pensieri, risoluzioni esistenziali, commozioni teatrali. No, senza tutto ciò. Credo sia una questione biologica, meccanica più che direttamente emozionale.

Qualcosa dentro il mio corpo si muove al rumore di una chitarra elettrica che prolunga il suono in modo al contempo artificiale e sublime. La macchina che siamo, attraverso i fili dei nervi, le condotte venose e arteriose, le scosse elettriche, la produzione di dopamina, i muscoli volontari e involontari, a un determinato segnale, si muovono producendo qualche lacrima.

Sono di ritorno.

La stanchezza stempera ogni rimorso, ogni pensiero compiuto.

Gli occhi mi bruciano un poco; sarà il salato del sudore, o quelle lacrime involontarie.

Mi pare di riconoscere all’interno di un mastodontico suv Galan, con quel sorriso salace che gli storce un po’ la bocca in una smorfia ironica e altezzosa.

Ma non sarà lui, penso: sta giocando l’Italia e sarà in compagnia di qualche ometto che fa il politico, a contare i soldi che hanno di sicuro scommesso.

 

Rientro.

Mancano due minuti alla fine.

L’Italia perde uno a zero.

I telecronisti non si accorgono che due giocatori hanno quasi lo stesso cognome di due grandi scrittori: Bolanos e Borges.

Neanche Galan se ne sarà accorto; forse Dell’Utri.

Vado a farmi una doccia.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s