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il dolore dei tifosi brasiliani

Ieri sera c’era la semifinale dei mondiali che vedeva battersi in campo Brasile-Olanda.
Non ho visto la partita: guardavo il cielo e pensavo.

Ieri sera durante la semifinale dei mondiali pensavo che un anno fa era morto Valter Binaghi, che non era un mio amico, ma forse un poco sì. Lo conoscevo dalla rete, avevo scambiato mail, capivo che avevamo idee diverse e che avremmo potuto passare una vita a confrontarci su queste. Avevamo molte parole da risolvere, che sono rimaste irrisolte.

Ieri sera mi scrive un’amica. Era disperata perché un suo caro non c’è più. Non c’è più per circostanze non facili da collocare tra i propri sentimenti, già in trambusto per la scomparsa. Le ho risposto la mia impotenza nel poter essere di conforto. E ho pensato che se lei mi aveva scritto – avevo l’impressione che le fossero scappate di mano quelle poche parole che contenevano e descrivevano una potente lacerazione -, avevo il dovere di superare la sensazione di impotenza delle mie parole. E accettarla. Del resto non si può che accettarlo, un lutto; grande o piccolo che sia.

Ieri sera c’era un temporale molto forte, come succede spesso in questa non estate estiva. Pensavo che molti giustamente se ne lamentano.
Guardavo il cielo e pensavo a come doveva essere in Palestina: anche là lampi e tuoni, che però si concludevano con scoppi di bombe e devastazione.
Pensavo a come agiamo e reagiamo dinnanzi all’evidente follia collettiva che fa sì che in questa parte di mondo, ma ovunque, e costantemente, ci siano molti conflitti in atto, molto devastanti, spesso fratricidi.
E penso alla tendenza ideologica e consolatoria, oppure qualunquista, a dividere i buoni dai cattivi, oppure, viceversa, ma stessa radice, che sono sempre e comunque tutti uguali.
Penso che fino a quando non si accetterà che è alla radice che bisogna andare, a guardare cosa c’è che non va, e una volta scopertolo, prenderne le dovute conseguenze, e capire che non è con le idee – che stanno in alto, che non abitano quelle radici – che si possono risolvere i conflitti, ma attraverso la consapevolezza – che messi in determinate condizioni siamo tutti potenzialmente buoni o cattivi o ideologici, e non solo gli altri -, non se ne uscirà mai.

Guardavo il cielo e pensavo alla meraviglia, all’infinito, all’abisso, che sono miei coinquilini da sempre e per sempre.
E ho pensato che invece di guardare la partita, avrei fatto meglio a continuare il bel libro che avevo iniziato e che dovevo finire di leggere.

Del resto non potevo più accettare di sentire i giornalisti alla radio, parlare del “dolore dei tifosi brasiliani”.

Estratto dal mio racconto ” verso casa” ( da ” un sinuoso contenitore smussato” Priamo-Meligrana 2014)

Per un istante, brevissimo, ho colto il silenzio che galleggia nella stanza.
Un silenzio pesante, gravoso; il prodromo del mutismo che riempie la solitudine, il dolore forzoso, il lutto.
Dev’essere stata una condizione condivisa, poiché da subito, a partire da un colpo di tosse appena accennato, ricominciamo a riempirlo con le chiacchiere, con la televisione, col movimento involontario del corpo che rifiuta l’immobilità.
Mia madre apre appena gli occhi, ci guarda, e con un filo di voce pronuncia queste poche parole: “ vorrei potervi consolare, ma non riesco a farlo nemmeno con me. Mi manca l’energia”.
Prima di chiudere gli occhi, accortasi che la stiamo guardando tutti, con un cenno del viso ci indica la tivù.

La prima torre sta crollando.
Una catastrofe di polvere, di detriti, di fumo, di debolezza, di odio, di disfatta.
Sento che la mia gamba sinistra cedere, facendomi perdere l’equilibrio.
Poi l’altra torre, stessa scena al rallentatore.
L’altra gamba mi si piega.
Le torri crollano e io cado a mia volta, in una simultaneità paradossale.
Guardo le torri, poi mia madre, e sento un dolore abnorme che mi stringe la carne, che mi contorce gli organi interni, che mi squassa la testa.
Guardo da terra quell’ammasso di polvere indescrivibile, che copre tutto, che nasconde ogni cosa, che sembra fuoriuscire dallo schermo ed entrare nelle case, nelle narici, nei polmoni fino a interrompere il respiro.
Penso all’ecatombe, alla catastrofe, al numero di morti.
Penso che mia madre sta lasciandomi e che tutte quelle morti, tutto quel dolore, tutta quell’oscena e pornografica rappresentazione della disperazione, sono niente rispetto a quel che sento, e che mi piega ancor più all’evidenza che la sofferenza è inevitabile, incontrollabile, onnipotente.
E non è niente di quello che ho immaginato, che ho pensato, creduto, supposto, prefigurato; no, è molto peggio e molto meglio, è materica e spirituale, è preghiera e bestemmia, è fine e inizio, è tutto e nulla.
Striscio verso la poltrona, prendo la sua mano, la carezzo con la guancia.
Sento che mi sta lasciando e che non posso fare niente.
Capisco che così è, e così dev’essere, e provo finalmente una sorta di liberazione, di leggerezza, di soavità, di pace, di pienezza.