Estratto dal mio racconto ” verso casa” ( da ” un sinuoso contenitore smussato” Priamo-Meligrana 2014)

Per un istante, brevissimo, ho colto il silenzio che galleggia nella stanza.
Un silenzio pesante, gravoso; il prodromo del mutismo che riempie la solitudine, il dolore forzoso, il lutto.
Dev’essere stata una condizione condivisa, poiché da subito, a partire da un colpo di tosse appena accennato, ricominciamo a riempirlo con le chiacchiere, con la televisione, col movimento involontario del corpo che rifiuta l’immobilità.
Mia madre apre appena gli occhi, ci guarda, e con un filo di voce pronuncia queste poche parole: “ vorrei potervi consolare, ma non riesco a farlo nemmeno con me. Mi manca l’energia”.
Prima di chiudere gli occhi, accortasi che la stiamo guardando tutti, con un cenno del viso ci indica la tivù.

La prima torre sta crollando.
Una catastrofe di polvere, di detriti, di fumo, di debolezza, di odio, di disfatta.
Sento che la mia gamba sinistra cedere, facendomi perdere l’equilibrio.
Poi l’altra torre, stessa scena al rallentatore.
L’altra gamba mi si piega.
Le torri crollano e io cado a mia volta, in una simultaneità paradossale.
Guardo le torri, poi mia madre, e sento un dolore abnorme che mi stringe la carne, che mi contorce gli organi interni, che mi squassa la testa.
Guardo da terra quell’ammasso di polvere indescrivibile, che copre tutto, che nasconde ogni cosa, che sembra fuoriuscire dallo schermo ed entrare nelle case, nelle narici, nei polmoni fino a interrompere il respiro.
Penso all’ecatombe, alla catastrofe, al numero di morti.
Penso che mia madre sta lasciandomi e che tutte quelle morti, tutto quel dolore, tutta quell’oscena e pornografica rappresentazione della disperazione, sono niente rispetto a quel che sento, e che mi piega ancor più all’evidenza che la sofferenza è inevitabile, incontrollabile, onnipotente.
E non è niente di quello che ho immaginato, che ho pensato, creduto, supposto, prefigurato; no, è molto peggio e molto meglio, è materica e spirituale, è preghiera e bestemmia, è fine e inizio, è tutto e nulla.
Striscio verso la poltrona, prendo la sua mano, la carezzo con la guancia.
Sento che mi sta lasciando e che non posso fare niente.
Capisco che così è, e così dev’essere, e provo finalmente una sorta di liberazione, di leggerezza, di soavità, di pace, di pienezza.

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