Monthly Archives: October 2014

Bortolozzo

https://studioliz.exposure.co/gabriele-bortolozzo

Definizione di salute dell’OMS ( organizzazione mondiale di sanità ): stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia.

Ero bambino e gli autobus e le auto della polizia erano verdi.
Da Mestre a Venezia e viceversa, di frequente.
Noi ci eravamo trasferiti a Mestre – terraferma futuribile, avanguardia del brutto che irrazionalmente ho amato -, tutti i parenti a Venezia – allora città ancora abitata e viva, e non ancora l’anziana troia nostalgica d’oggi -.
La sera tornando a casa, sul nastro d’asfalto che unisce la città una e trina, sulla sinistra, il mio sguardo bambino vedeva luci e fumi, e la mia mente immaginava una sorta di Metropolis di Fritz Lang. Era la benevolente fantasia di un bambino.
Le fermate degli autobus erano gremite di umanità proletaria che aveva finito i turni e tornava a casa, nella città diffusa che si era mangiata la campagna, prefigurando il nord est prima che diventasse tale.

Il 2 novembre 2001, la città somigliava a quella di allora, seppur diversa nella sostanza e imbellettata nella forma.
Erano cambiati i colori, si era svuotata, e alla sera avrebbe scoperto di aver perso l’innocenza.
La sentenza di primo grado del processo assolveva i vertici della montedison.
In aula bunker, smarrimento, sgomento, lacrime, e un unico grido “VER-GO-GNA, VER-GO- GNA”.

Quello è stato l’ultimo evento di un annus horribilis per l’umanità e per la mia personale storia famigliare. Ho deciso di occuparmene, per come potevo e posso: attraverso la scrittura.
Il 2001 è diventato un anno su cui ho scritto molto, e continuo a farlo.
Ho scritto di Genova, del crollo delle torri, della morte di mia madre, di Gabriele Bortolozzo.
Mi manca ancora la crisi dell’Argentina e avrei concluso un personalissimo ciclo di scrittura viscerale.

Allora ho scritto un racconto pensando a Bortolozzo, incluso nel mio libro “homo sapiens nord est”. Ma non bastava. Ho tentato di organizzare un progetto che ne vedesse la realizzazione filmica. L’ho portato avanti incontrando l’appoggio di persone interessate.
Ad un certo punto però, sguardo basso e imbarazzo, ho dovuto ammettere a me stesso che non ne ero all’altezza, che l’argomento meritava competenze e qualità tecniche che non avevo, che non mi appartenevano, che non ero capace.
E allora?

E allora ho scritto a un’amica, Elisa Pajer, chiedendole se sarebbe stata interessata a produrre l’idea. Lei, socia fondatrice di Studio Liz ha risposto positivamente.
Le ho spiegato tutto, lei ci ha pensato; siamo tornati indietro, abbiamo ricominciato da zero, ho riscritto un testo. Lei nel frattempo si è mossa, ha trovato altre persone interessate, ci siamo ritrovati tutti e ci siamo detti: e sì, dobbiamo farlo! Ci siamo noi due e Elia Romanelli, Lorenzo Pezzano, Lucio Schiavon,

A settembre 2015 saranno vent’anni dalla morte di quest’uomo mite, con la vocina sottile, che ha fatto una rivoluzione silenziosa. Ha costretto a ripensare lavoro e salute. Ha imposto con la sua gentilezza, combattendo l’arroganza multinazionale dei “padroni”, i diritti basilari di ogni lavoratore, che è prima di tutto una persona, che ha una vita, una storia, degli affetti, e che ha diritto a vivere del proprio lavoro anziché morirne.

“… Mio nonno, invece, pensava che la vita è la cosa più importante che ciascuno ha, che ha una data di scadenza naturale, e che nessuno ha il diritto di metterci le mani e modificarla a causa dei propri interessi…”

Non so se ce la faremo a realizzare il mediometraggio animato che ci siamo riproposti. Abbiamo pensato di portarlo nelle scuole, di partecipare ai festival, di diffonderne il messaggio e di farne ammirare la fattura.
Ci stiamo lavorando, ma servono fondi. Una produzione simile ha dei costi e noi non riusciamo da soli a sostenerli.
Cercheremo di coinvolgere persone e Associazioni e Enti e Fondazioni e Aziende e privati.
Sarà faticoso, ma non ci spaventiamo; non ancora.
Lo faremo solo se raccoglieremo indifferenza, alzate di spalle, rassegnazione.
Ma siamo intimamente sicuri che, così come Gabriele insegna, con la buona volontà e una giusta causa, ce la si può fare.

Cristiano Prakash Dorigo

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naufraghi morti

73 MORTI

Era l’estate del 2009 e 5 eritrei ci raccontavano di altri 73 passeggeri morti e abbandonati in mare. il 13 ottobre 2013 ne morirono 368 in un colpo solo, e altre migliaia in comode rate. noi tutti ci stiamo abituando. e io insisto.

– Sono morte settantatré persone nell’indifferenza di tutti.

– Sono morte settantatré persone come fosse il baratto di una disputa incivile.

– Sono morte settantatré persone e si cerca il più colpevole.

– Sono morte settantatré persone e per solidarietà hanno tolto il gioco da internet grazie al quale si potevano passare dei momenti lieti in compagnia, cacciando gli immigrati che stavano per raggiungere le coste dell’Italia: che sensibilità, che gesto di civiltà.

-Sono morte settantatré persone di cui nessuno avrà memoria, se non nei dibattiti idioti in tivù nei quali qualcuno rinfaccia qualcosa a qualcun altro.

-Sono morte settantatré persone di sete e di fame, in mezzo al mare, senza alcun aiuto in quanto ci sono giochi ben più importanti in ballo: territorialità, confini, misure, ideologie, dispute economiche.

-Sono morte settantatré persone preghiamo dio che li accolga anche perché qui noi siamo già strettini… e forse stan meglio là.

-Sono morte settantatré persone che in effetti in tempi di crisi… a dire il vero.. rischiavamo di non poter offrire loro un’adeguata sistemazione, un lavoro decente, un decoroso benvenuto.

-Sono morte settantatré persone durante il periodo di saldi e me ne ricordo bene perché l’hanno detto alla radio proprio mentre stavo pagando le scarpe e il mio bancomat non funzionava: che figura di cacca!

-Sono morte settantatré persone provenienti dall’Africa, da un ex colonia dell’impero fascista, cui hanno dedicato la canzone della faccetta abbronzata

-Sono morte settantatré persone e molti hanno davvero assunto nei loro volti una smorfia di dolore sincero e sentito in profondità, proprio mentre a cena stavano masticando e roba che addirittura gli va il boccone per traverso.

-Sono morte settantatré persone e il prete domenica ci ha chiesto di pregare per loro in quanto si spera che vengano accolti nel regno dei cieli.

-Sono morte settantatré persone e ho visto i colpevoli dare la colpa ad altri colpevoli dimostrando che ci sono molti colpevoli, ma che sono sempre gli altri.

-Sono morte settantatré persone e gli scrittori dovrebbero scriverne senza lasciare ai soli preti il monopolio della critica della schifosa realtà che ci vede impegnati dall’estetista mentre questi muoiono!

-Sono morte settantatré persone di cui non frega niente a nessuno e anch’io che ne scrivo mi sto chiedendo perché sono così impressionato da questi settantatré nessuno.

-Sono morte settantatré persone ed è pur vero che ogni giorno ne muoiono migliaia e quindi in proporzione nella barbarie e indifferenza generali questi occupano una piccola percentuale insignificante.

-Sono morte settantatré persone e la politica dov’è, cosa dice, cosa fa?

-Sono morte settantatré persone e davvero non capisco niente se non che non c’è niente da capire perché capire sarebbe la condanna dell’innocenza.

-Sono morte settantatré persone e mi rendo conto di essere una persona pesante perché vorrei dirlo e ripeterlo che sono morte settantatre persone.

-Sono morte settantatré persone e adesso i loro corpi saranno putrefatti e smangiati dal salso e gonfi d’acqua e divorati da pesci di ogni razza e misura.

-Sono morte settantatré persone e il pianeta sovrappopolato, volendo vedere le cose al positivo, non ne soffrirà.

-Sono morte settantatré persone e allora?

-Sono morte settantatré persone e quando si sono imbarcati se vogliamo dirla tutta lo sapevano che correvano dei rischi.

-Sono morte settantatré persone e io no.

-Sono morte settantatré persone che potevano rimanere qui come rifugiati politici in quanto lì da loro c’è la guerra e qui no; chissà perché là sì e qua no… ma non dico altro che poi si dice che son razzista … ma lasciam perdere

-Sono morte settantatré persone e la mia fragilità m’impone di sapere per colpa di chi pur sapendo che anch’io sono parte in causa: io sono co-colpevole.

-Sono morte settantatré persone di cui non so nulla per cui posso dormire in pace.

-Sono morte settantatré persone la cui vita si è spenta ma almeno hanno rifocillato pesci che hanno risolto l’annoso problema del pasto.

-Sono morte settantatré persone che hanno avuto fiducia in altre persone che hanno girato lo sguardo altrove, verso il mare, verso la preghiera del ritorno a casa, verso dove non si vedeva la viltà dei miserabili.

-Sono morte settantatré persone di cui forse qualcuno piangerà, ma è così lontano che non si sente niente.

-Sono morte settantatré persone e io so, c’ero, ho visto tutto, e potrei rivelare quel che so a chi non sa, ma non ne ho le prove.