Bortolozzo

https://studioliz.exposure.co/gabriele-bortolozzo

Definizione di salute dell’OMS ( organizzazione mondiale di sanità ): stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia.

Ero bambino e gli autobus e le auto della polizia erano verdi.
Da Mestre a Venezia e viceversa, di frequente.
Noi ci eravamo trasferiti a Mestre – terraferma futuribile, avanguardia del brutto che irrazionalmente ho amato -, tutti i parenti a Venezia – allora città ancora abitata e viva, e non ancora l’anziana troia nostalgica d’oggi -.
La sera tornando a casa, sul nastro d’asfalto che unisce la città una e trina, sulla sinistra, il mio sguardo bambino vedeva luci e fumi, e la mia mente immaginava una sorta di Metropolis di Fritz Lang. Era la benevolente fantasia di un bambino.
Le fermate degli autobus erano gremite di umanità proletaria che aveva finito i turni e tornava a casa, nella città diffusa che si era mangiata la campagna, prefigurando il nord est prima che diventasse tale.

Il 2 novembre 2001, la città somigliava a quella di allora, seppur diversa nella sostanza e imbellettata nella forma.
Erano cambiati i colori, si era svuotata, e alla sera avrebbe scoperto di aver perso l’innocenza.
La sentenza di primo grado del processo assolveva i vertici della montedison.
In aula bunker, smarrimento, sgomento, lacrime, e un unico grido “VER-GO-GNA, VER-GO- GNA”.

Quello è stato l’ultimo evento di un annus horribilis per l’umanità e per la mia personale storia famigliare. Ho deciso di occuparmene, per come potevo e posso: attraverso la scrittura.
Il 2001 è diventato un anno su cui ho scritto molto, e continuo a farlo.
Ho scritto di Genova, del crollo delle torri, della morte di mia madre, di Gabriele Bortolozzo.
Mi manca ancora la crisi dell’Argentina e avrei concluso un personalissimo ciclo di scrittura viscerale.

Allora ho scritto un racconto pensando a Bortolozzo, incluso nel mio libro “homo sapiens nord est”. Ma non bastava. Ho tentato di organizzare un progetto che ne vedesse la realizzazione filmica. L’ho portato avanti incontrando l’appoggio di persone interessate.
Ad un certo punto però, sguardo basso e imbarazzo, ho dovuto ammettere a me stesso che non ne ero all’altezza, che l’argomento meritava competenze e qualità tecniche che non avevo, che non mi appartenevano, che non ero capace.
E allora?

E allora ho scritto a un’amica, Elisa Pajer, chiedendole se sarebbe stata interessata a produrre l’idea. Lei, socia fondatrice di Studio Liz ha risposto positivamente.
Le ho spiegato tutto, lei ci ha pensato; siamo tornati indietro, abbiamo ricominciato da zero, ho riscritto un testo. Lei nel frattempo si è mossa, ha trovato altre persone interessate, ci siamo ritrovati tutti e ci siamo detti: e sì, dobbiamo farlo! Ci siamo noi due e Elia Romanelli, Lorenzo Pezzano, Lucio Schiavon,

A settembre 2015 saranno vent’anni dalla morte di quest’uomo mite, con la vocina sottile, che ha fatto una rivoluzione silenziosa. Ha costretto a ripensare lavoro e salute. Ha imposto con la sua gentilezza, combattendo l’arroganza multinazionale dei “padroni”, i diritti basilari di ogni lavoratore, che è prima di tutto una persona, che ha una vita, una storia, degli affetti, e che ha diritto a vivere del proprio lavoro anziché morirne.

“… Mio nonno, invece, pensava che la vita è la cosa più importante che ciascuno ha, che ha una data di scadenza naturale, e che nessuno ha il diritto di metterci le mani e modificarla a causa dei propri interessi…”

Non so se ce la faremo a realizzare il mediometraggio animato che ci siamo riproposti. Abbiamo pensato di portarlo nelle scuole, di partecipare ai festival, di diffonderne il messaggio e di farne ammirare la fattura.
Ci stiamo lavorando, ma servono fondi. Una produzione simile ha dei costi e noi non riusciamo da soli a sostenerli.
Cercheremo di coinvolgere persone e Associazioni e Enti e Fondazioni e Aziende e privati.
Sarà faticoso, ma non ci spaventiamo; non ancora.
Lo faremo solo se raccoglieremo indifferenza, alzate di spalle, rassegnazione.
Ma siamo intimamente sicuri che, così come Gabriele insegna, con la buona volontà e una giusta causa, ce la si può fare.

Cristiano Prakash Dorigo

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