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Morte di un amico

Oggi ho saputo della morte di un amico.
Non sapevo se scriverne, ma scrivere è la mia vita; forse sbaglio, ma anche sbagliare è la mia vita.

Nella prima frase ci sono due parole fondamentali nella vita: morte e amico.
In questo momento mi stavo chiedendo se eravamo davvero amici: ci conoscevamo da quarant’anni, avevamo frequentato le suole medie insieme, ne avevamo combinate tante. Poi la vita a fasi alterne ci aveva fatti incontrare, più spesso ci aveva allontanati.
Il percorso di una vita non è mai lineare; curve, salite e discese, fuori rotta, soste forzate.
Negli ultimi anni, dopo decenni distanti, ci eravamo ritrovati: era diventato presidente di una associazione che si occupava di minori tossicodipendenti: una grande struttura che ospitava diversi ragazzi con formula residenziale e diurna.
Mi ero così associato, partecipando una volta all’anno all’assemblea dei soci per approvare il bilancio.
Lui era molto impegnato, io sono molto impegnato.
Lui viveva e lavorava in zona Conegliano, io in zona veneziana.

Si usa la parola amico, e come altre parole, forse se ne abusa.
Ci volevamo bene, di un bene ereditato da scorribande preadolescenziali: non so se quel tipo di bene ha una data di scadenza, ma in questo caso credo di no.
Era un bene che tradiva, imbrogliava la prossemica, la consuetudine, l’età.
Certo avevamo ormai interessi molto diversi, pur facendo lavori che appartengono al cosiddetto “sociale” (o terzo settore, o sinonimi vari); ma questo non basta a colmare le distanze, a convergere gli interessi.

E la morte.
Non so se era credente, so però che frequentava con agilità il mondo cattolico e politico, non foss’altro per il fatto che l’associazione era stata fondata dai salesiani.
Non so come la pensava, che idea ne avesse, come immaginasse la morte: mi hanno detto però, che era sereno. Non ne dubito.
E del resto, mi chiedo: paura di cosa?
Tutte le religioni comprendono luoghi e concetti postmortem: se uno si affida a una di queste, è tranquillo.
Se invece non si ha fede, non c’è ragione di averne timore, in quanto da morti, la paura non è altro che una delle tante ridicole manie dei vivi. Semmai è di questi, di noi ancora vivi – qualora avessimo iniziato a concederci alla vita – che è comprensibile una certa apprensione.
Noi rimaniamo qui, spesso sconcertati, addolorati, dalla fine di una persona cui abbiamo voluto bene, della cui presenza e importanza, ci accorgiamo solo quando è diventata assenza e mancanza.

Ecco, non so se con Paolo eravamo amici, e non so quasi niente della morte: non ho risposte, e forse qualche domanda disordinata.
Quel che so è che adesso, mentre scrivo queste parole, proprio adesso, non dopo, tra un po’, domani, stasera, ieri, tra un anno; no, adesso, qui, sento il peso e la leggerezza, l’inquietudine e la bellezza di un’occasione unica: quella di vivere e di accettare ciò che questo comporta.

Portomarghera e amore

In quest’ultimo periodo a parlare costantemente di Portomarghera, di Bortolozzo, del mostro.
Ci si invischia a tal punto che si rischia di dimenticare la scaturigine, la dimensione nucleare da cui tutto è nato.
Ed ecco che riesco a dirmi, con tutto l’imbarazzo del caso, che è una forza che non ha nome, che è antica, primigenia, ancestrale, che agisce in ombra e muove le leve degli istinti.
E somiglia per propulsione, per effetto, all’amore; ne possiede forza e delicatezza, irrazionalità e calore.
Ecco una poesia di Ferruccio Brugnaro (che contiene quegli elementi appena elencati), è una roba mia, in dialetto veneziano, che non è poesia, ma un tentativo di omaggiare una terra e la sua gente, offesa dalla vile scaltrezza di quelli che un tempo venivano chiamati “padroni”.

Bracciante, raccoglitore di stracci

Bracciante, raccoglitore di stracci
operaio degli altiforni
pescatore
venditore abusivo di crostacei.
Mio padre
era così
adoratore del sole, adoratore
delle barene
silenzioso
fanatico del mare.
Non ha mai parlato
con nessuno
analfabeta
credente solo nella vita
solo nel suo trascinare
inquietante
dai primi cenni dell’alba
ai tramonti fondi.
Mio padre
così come è stato dentro
in questo mondo torbido
senza chiedere niente a nessuno
stanotte è sceso nel tempo
profondo
nei cieli grandi che lui guardava
per ore e ore
negli universi incandescenti e amati
con dura segretezza.
Non sono triste
sono felice
contento
me lo risento dentro tutto
irruentemente
ora
con suo canto dalla nostra cucina nera
e senza finestre.
Il suo canto, più che un canto
il suo era ed è
un grido, un urlo selvaggio
denso
che io rilancio con tutta
la forza delle ferite
di un amore a brandelli
contro queste ore
di padroni affamati di sangue
di retate
contro le sbarre pesanti dell’emarginazione
contro le foreste di un dolore
e una solitudine senza fine.

Mercà de Marghera

el sabo matina vado al mercà de marghera
dove ea gente e ea vita xé più vera
dove ti incontri sempre qualchidun par parlar
e sentirte cussì meno soeo in sto incerto campar

e in sta città cussì martoriada
cussì sporca spusoente e inquinada
ghe vol un bel fià de puissia interior
par non soccomber e ndar zo de umor

forse xé par queo che spesso se ride
che se se consoea e se aceta ste sfide
e anca se no xé fassie e gnanca giusto
no manca mai qualchidun che sea ride de gusto

no voevo scriver ea soita roba banal
dir che qua xé un purgatorio bruto e xé tutto ugual
voevo soeo esprimer un fià de sentimento vero
parché qua gò imparà el vaeor de esser sincero

parché ea gente xé tuta diversa ma in fondo ugual
cò se tratta de condivider par no star tropo mal
parché qua no manca certo e disgrassie
epur ti trovi sempre qualchidun che te dise grassie

marghera par mi xé stada na fameia granda
che me ga acolto e rispetà senza far domanda
che ea se strenze intorno a ti come na mare
che ea capise, ea sta sita e ea te scolta come un pare

in mezo a ste fabriche e a sta aria marsa
eo savemo tuti che ea vita a volte xé come na farsa
che ti pol decider se acoglier o abandonar
e che però ea te insegna a cavartia e a rispetar

come finir na poesia de sentimento
sensa corer el riscio de cascar nel sbrodoeamento
se non disendo grassie Marghera
no me desmentego che ti xé statda anca ea me tera