A proposito della sentenza sul g8: scrittura e cura ( da ” cose minute di nessuna importanza”

Scrittura e cura

Ci sono improvvisi momenti di lucidità in cui si percepisce che tutto è diverso da come pensiamo che sia.

In questi brevissimi istanti di risveglio qualcosa, dentro, si modifica.

La prospettiva da cui di solito si osserva la vita, si apre all’ignoto.

E tutto è limpido, cristallino.

L’ignoto, in questi frangenti, si trasforma in chiara comprensione di quanto, normalmente, non riusciamo a essere ciò che in realtà siamo: di quanto ci difendiamo, di quanto abbiamo paura di ascoltare ciò che sentiamo, di quanto siamo lontani dalla nostra verità.

Comincio in modo desueto la mia lettera.

Ti scrivo, come sempre, per condividere quel che sento.

Il nostro rapporto epistolare non soffre la distanza; anzi, ne trae beneficio; scava una maggiore intimità, e confonde, mischiandola, la verità oggettiva da quella percepita, sottraendosi così al dovere della cronaca, aggiungendo però sostanziose digressioni.

Dura da molti anni l’abitudine di scriverti.

All’inizio a penna, su dei fogli rubati alla fretta, col furore inoffensivo della giovinezza, come novelli narcisi che, girando continuamente come i nomadi, offrono e prendono quel che viene; alternando incontri carnali mancati, ad altri consumati con la voracità di chi vuol finire presto, perché l’alternativa impossibile, ma che vigila fantasmatica, è che non finisca mai; belli e brutti, tutti comunque utili ad avere qualcosa di molto memorabile da raccontare. E non importa se vero, o solo immaginato.

Adesso con il computer, con una più quieta pulizia di stile.

Adesso sembriamo immobilizzati, al confronto; in realtà, e lo sappiamo bene, abbiamo solo spostato i luoghi delle frequentazioni: da fuori, estetici, scintillanti; a dentro, profondi, autentici – nelle intenzioni, almeno -.

Quando eravamo più giovani, eternamente tardo adolescenti, ci raccontavamo il passato e il futuro, fantasticando continuamente sulle infinite possibilità che la vita poteva offrirci.

Che male poteva fare, rielaborare ciò che era stato o sognare il divenire?

Vanagloriosi, ostentavamo con fierezza la nostra trascuratezza e l’aria un po’ sconcertante degli alternativi alla forma.

Non era in verità solo la rappresentazione di una concreta scelta sociale; o almeno non la percepivamo così. Era forse più un mascheramento, che doveva testimoniare come ci sentissimo diversi, come non riuscissimo ad essere come avremmo dovuto, come le regole del mondo fossero stritolanti, e alcuni vivessero in apnea, accontentandosi di un filo di respiro, mentre noi volevamo farlo a pieni polmoni.

E allora: politica, musica, droga, sesso; tutti eccessi provinciali, baldorie fittizie, mascheramenti, recitazione.

Tutti perfettamente omologati ad uno stile di vita parallelo che riuniva i diversi.

Come collocare il disagio se non obliando pensieri pesanti, contestando le minuzie, i particolari, spesso senza valore?

Quante avventure abbiamo vissuto che meritino un posto significativo nella nostra memoria; quante volte ci siamo sentiti perdutamente vivi?

Recentemente ho letto alcuni libri che mi hanno offerto alcuni interessanti spunti.

Dicevano, in sintesi, che lo scopo della vita è conoscersi, bastarsi, accettare la propria solitudine ed unicità.

Da quando l’ho fatto, percepisco un continuo lavorio interiore; come ospitassi una presenza roditrice che sgranocchia le mie insicure certezze.

Con la mente riesco a relegare in periferia queste scomode ed irriverenti idee; ma da lontano, come il riverbero di un’eco, sento che vivono e hanno lacerato la solida corazza delle mie sicurezze. Infatti non riesco più ad ignorarle, e ad ogni bugia, finzione, furbizia, reagisco come se ne fossi allergico.

Così ho deciso di accettarne l’ineluttabilità, constatando che, forse, quel vago senso di vuoto che provavamo, e che continuava con sempre maggior insistenza ultimamente, potrebbe trovare risposte.

Ma devo spiegarmi meglio a te.

Quando sono fuori casa, in un qualsiasi posto, osservo le persone.

Ricordi quando eravamo ragazzini? Era un vero spasso per noi!

Era come avere un’immensa lente d’ingrandimento attraverso cui guardavamo chiunque ridendo e scherzando come pazzi.

Adesso no; adesso non m’importa niente di come uno si veste, si pettina, s’atteggia; adesso la differenza è dentro, è un profondo senso d’estraneità, di non appartenenza: a niente e nessuno.

Non tollero più l’ipocrisia, le maschere, la finzione.

Non accetto più di continuare ad abitarle, a non riuscire a staccarmene, se non con atti di attenzione, che mi restituiscono ciò che sono: l’inquilino di un robot, uno che presta le sue maschere alla messinscena della vita formale, sociale, riconosciuta come autentico compromesso, introiettato da tutti, riconosciuto come sola soluzione all’ammaestramento della bestia che ci abita e che teniamo a freno con surrogati di felicità consolatoria.

Sono sconvolto da come questi elementi siano uniti, dalla simultaneità con cui si sono manifestati: sono solo, unico.

Allora, mi dico, val la pena riflettere su come è strutturata l’esistenza, sull’organigramma sociale; su chi sa e organizza, attribuendosi in malafede un potere quasi divino, creando fasulle occasioni relazionali, reciproche tentazioni a pagamento, pretestuosi vizi e bisogni indotti, inibendo al rango di potenziale cliente, la persona e il suo istinto.

So perfettamente cosa diresti a questo punto, a come mi guarderesti, con quegli occhi profondi e aperti insieme, con la testa che annuisce; non useresti la voce, ma io le sentirei comunque le tue parole, i tuoi pensieri, come tu sentivi i miei: diresti, senza parlare, che è quello che dici da sempre, che sostieni fin da quando eri poco più di un bambino, con cui ti sei sempre scontrato con me fin quasi a fare a botte.

Ma non è quello: è qualcosa di più, qualcosa di più grande della sociologia, della psicologia; è un seme, soffocato, spesso talmente nascosto da dimenticarcene.

È una libertà che non può essere soppressa dal pensiero razionale, dalle regole sociali, dalla mistica delle religioni: è religione pura, è nudità totale, è segreto svelato.

Non serve ribellarsi e rompere tutto; ci vuole una ribellione qualitativamente diversa, più concreta che apparente, più efficace che violenta, più libera che ribelle.

Ho raccolto ogni singola lettera che ho scritto e, a rileggerle facendo attenzione all’ordine cronologico, se ne ricava l’evoluzione personale, quella ambientale, la precarietà e mutevolezza di idee che sembravano, se contestualizzate, promesse di fedeltà eterna.

A volerle poi interpretare con occhio smaliziato, se ne potrebbe ricavare un diario di vita, un interessante rapporto epistolare che rivela senza filtri, complice la confidenza e le reciproca benevolenza.

Emergono, tra gli altri, elementi che fanno pensare allo scampato pericolo, al superamento di una precarietà romantica e tenera che rimanda ai giocolieri circensi. Come equilibristi su una corda tesa, bisognava fare attenzione a non cadere, a raggiungere l’altro capo con calma, senza sbagliare.

Confesso che più vado avanti, più lascio al tempo che fu la frenesia del fare per fare, del baccano per sottolineare la presenza, del seguire l’istinto senza cercare di comprendere quale natura lo spinga, lo faccia pulsare nel corpo e nella testa.

Ora, ciò che sono, corrisponde sovente a ciò che faccio: mi sento autentico, coerente.

Insomma, molto di quel che eravamo, non fa più parte di quello che sono adesso; se non in forma costitutiva, latente, che magari emerge quando un sentimento forte, l’agitazione, la distrazione mi invadono: allora, in quel caso, ciò che ero viene fuori, fa un balletto, e poi torna a cuccia.

Volevo dirti quello che penso ora dell’amicizia, del bisogno di stemperare le divergenze, smussare gli angoli, accettare di farsi pungere dalle nostre spine aguzze, dagli sbalzi d’umore, dalle piccole cattiverie.

Più ci si conosce, più emergono le parti in ombra, gli istinti primordiali, le parti nascoste dal bisogno di estetizzare quello che non ci piace di noi.

Solo scoprendosi, osando dire il taciuto, pur temendo di farsi male, ma non rinunciando a parlare, certamente faticando, ma con bontà, aiuteranno a rivelare l’interezza, l’unità disgregata senza più temere il giudizio.

E così il rapporto di amicizia, più di quello amoroso, verbalizza i pensieri sparsi e disordinati che pensiamo continuamente, e che risultano sempre parziali, occasionali.

Sforzandosi di comunicare, di costruire ragioni, pur anche irrazionali, nude, rivelate nella loro genesi ereditaria, familiare, ambientale, e perciò incolpevoli d’esistere, accettandole, confortati dalla reciprocità.

Non è facile non giudicare, tenersi a distanza di sicurezza dai propri umori, dal proprio sistema valoriale.

Ma quando si è amici, e lo si è davvero, la benevolenza supera e sublima questi tratti; e le contraddizioni, le difficoltà, diventano terreno neutrale in cui confrontarsi, anziché confliggere.

Ogni tanto riguardo il video di allora.

Ce ne sono un’infinità, così come le tesi a supporto.

È impressionante, lacerante, e tu, lo so, ne saresti contento.

Ti piacerebbe l’estetica barricadera, il contesto, il potere evocativo subliminale, la nettezza della sproporzione dei ruoli e dei giochi di forza.

Nessuno mi può controllare se io sono centrato, se sono me, se sono autenticamente integro.

La ribellione, la rivoluzione, sono sempre state della borghesia illuminata; talmente illuminata, da aver portato vantaggi concreti soltanto a loro stessi. Mentre la carne da macello si faceva massacrare, loro stavano già tessendo alleanze, contandosi, sfregandosi le mani, supponendo l’incasso.

Non è rompendo una vetrina, gambizzando qualcuno; no, quello serve solo a misurare i giochi di potere, a consentirgli di giocare la parte delle vittime, riciclandosi nella nuova veste di chi subisce la violenza altrui.

Io sono libero se sono me, se riconosco le sovrastrutture, se intuisco le trappole delle ideologie; se me ne libero; se accetto infine di non appartenermi, perché io non sono più, sono sparito, fuso, compreso nel gioco dell’esistenza.

Lo sai bene, l’avevo promesso che da allora, da quel preciso momento, avrei cambiato la mia vita; l’avrei vissuta cercando di comprendere.

Sono ancora legato a quella promessa: ho iniziato un cammino che non prevede ripensamenti, che include in sé la pazzia e il suo antidoto, che mi ha segnato rivelandosi, talvolta, faticoso e pesante ma, al tempo stesso, autentico.

Da quando ho cominciato a scriverti ho allontanato e controllato il dolore; è stato il mio modo di (r)esistere, di accettare gradualmente quello che era successo, anche se ho imparato, ormai, che i cambiamenti avvengono all’improvviso, come con un salto quantico, una discesa senza freni.

Non si cambia un poco alla volta, se non nei ristretti confini del preordinato, del finto destino dell’educazione formale.

Già da prima della nascita abbiamo un percorso prestabilito: feto-neonato-bambino-adolescente-giovane-adulto-vecchio-defunto.

Un cambiamento vero invece, accade: da un momento all’altro, eravamo in un certo modo, siamo qualcun altro.

Perché ciò avvenga, bisogna accettare la parte ignota di noi stessi, mollare le sicurezze, abbandonare le abitudini, vivere ciò che è senza più pensare a quello che fu, senza preoccuparsi di quel che sarà.

Esordivo dicendo che ci sono momenti di lucidità che illuminano brevi istanti; che da questi momenti se ne esce con l’intuizione che esiste un modo diverso di essere.

Questi mi hanno aiutato a capire che ero sopraffatto dalla paura di soffrire e che dovevo reagire.

In questi anni ho comunque vissuto, sono cresciuto, ho costruito rapporti, ho lavorato.

Quest’abitudine di scriverti era il mio segreto; era il luogo in cui lasciare e conservare tracce di me che non sapevo, altrimenti, come esprimere.

Mi ha aiutato a capire, a dire la mia verità, a sentirmi al sicuro come avessi un rifugio intimo e inespugnabile; come avessi uno specchio che riflette la coscienza.

Poi, per caso, senza avvisare, arrivano quei momenti e cogli il senso di quello che accade, della vita; che tutto inizia e finisce.

L’immagine mostra una marea umana, fumo, fuoco, vetrine distrutte, urla, pestaggi violenti, cassonetti.

E’ il caos assoluto, sfondo ideale per giustificare qualsiasi cosa.

Il terzo Battaglione Lombardia dovrebbe raggiungere i black block che stanno distruggendo tutto.

Si fermano però davanti al corteo delle tute bianche.

Sono isolati dalla centrale operativa.

Non si dirigono verso Via Tolemaide.

Due Defender rimangono isolati in Via Caffa alle 17.22.

Retromarcia verso Piazza Alimonda.

Incastrati da un cassonetto, una delle due jeep riesce a partire.

Rimane solo quella con l’ausiliario Mario Placanica e il suo compagno alla guida.

A quattro metri e diciannove dal mezzo ci sei tu, in passamontagna e canottiera.

Forse vedi la pistola in mano al carabiniere, sollevi un estintore che trovi in strada.

Ore 17.27 di venerdì 20 settembre 2001. Uno sparo.

Un urlo “ ODDIO. CAZZO. NOOOOO”.

La jeep guidata da Filippo Cavataglio fa retromarcia e ti calpesta due volte.

I tuoi amici spostano il corpo.

Io guardo il video e vomito e piango.

Sto dicendo che questo comunicare, felice ma ermeticamente chiuso, sta esaurendosi.

Che questo bisogno di interiorità sta cambiando luoghi e confini, che sarà più scoperto; che sono pronto a pagare il prezzo di questa nudità.

Sto tentando di dire che val la pena rischiare, aprirsi, buttarsi nel mucchio, esprimere selvatichezza e dolcezza, respirare a pieni polmoni.

Sto dicendo che da quando te ne sei andato ho imparato molte cose, ho scoperto piccole verità, ne ho scartate altre, ho capito che bisogna accontentarsi di questo.

Quello che so, che riconosco come immutabile, è frutto di intuizioni e non di pensieri: questi ultimi hanno il limite oggettivo di essere contenuti all’interno delle regole del gioco, dei conformismi o, al contrario, da moti di ribellione a questi.

Ma, appunto, gli appartengono.

La conoscenza scientifica sta dimostrando che più si approfondisce il sapere, più questo è relativo e instabile, fragile, tenuto in piedi fino alla successiva scoperta, che lo abbatterà.

Sto dicendo che ho compreso a fondo che si deve partire da noi stessi per rivoluzionare lo status quo.

Sto dicendo che solo da poco tempo ho accettato di averti perso per sempre e che devo continuare a vivere perché ho finalmente la voglia e la forza per farlo.

Addio Carlo, ti ricorderò per sempre.

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