Monthly Archives: May 2015

Elezioni a Venezia

Lavoro da oltre vent’anni nel “sociale”. In questi ultimi dieci con minori e giovani donne che per cause varie hanno dovuto ricorrere a un supporto per poter avere accesso a un’esistenza “normale”. Che cosa sia la normalità, io non lo so; o meglio, so che per molte persone la normalità è quella che la vita gli ha fatto conoscere. In questi molti anni ho conosciuto normalità di ogni genere, spesso prive di diritti, piene di violenza, deprivate, ignoranti di vissuti d’amore, eccetera.La normalità corrisponde alla propria esperienza, e a volte è molto distante dagli standard cui siamo abituati, che ci hanno insegnato, che si ipotizzano nelle teorie. 

Quasi sempre, in condizioni adeguate, si arriva a patteggiare e a conciliare le condizioni di partenza con le esigenze del reale – pur avendo ben presente che il reale è illusorio –

L’adeguatezza sopracitata riguarda il diritto al riscatto: avere una possibilità, poterla offrire a quei qualcuno cui non è stata offerta in origine.

Quando si parla di diritti, io penso al diritto di avere delle possibilità; e penso anche al dovere: chi i diritti li ha già, dovrebbe mettere chi non li ha in condizioni di poterne usufruire; e a coloro che ne usufruiscono, per far sì che non si trasformino in diritto acquisito, scontato, sempiterno. Ci sono molti soggetti che si dedicano alla cronicità dei malesseri e alla coltivazione delle anime perse, cosicché si possa poi guarirle ma mai del tutto, e io non voglio farvi parte.
In questi gironi di cattiverie pre-elettorali ho letto e sentito le peggiori bestialità e le più degradanti accuse contro chi avanza l’idea che si ha diritto ai diritti, e che ancora molte, troppe persone, ne sono escluse.

Farò un paio di esempi, i più sfruttati: quelli contro i diritti delle coppie omosessuali e quelli contro gli immigrati.

Sono quelli che mi feriscono di più, soprattutto quando sono pronunciate e scritte da persone che credevo sane, intelligenti, oneste, e che ritrovo invece immischiate in sterili discussioni contro queste o quelli, in nome di non ho capito quali pericoli o tradizioni.

Il Cardinale Parolin si è spinto a definire una “sconfitta per l’umanità” il recente referendum a favore dei matrimoni omosessuali in Irlanda ( ma cosa sta dicendo? Ma si rende conto del peso delle sue parole, Parolin? Perché non spiega, uscendo però dai recinti ideologici dentro cui è rinchiuso, quale sarebbe nello specifico questa sconfitta?)

E poi dovrei dire di Salvini, ma mi arrendo: temo che con chi usa certi argomenti razzisti io non possa dialogare, e viceversa: chi non conosce il pudore del silenzio, la dolcezza del pentimento, la forza del dubbio e del rispetto degli esseri umani, non è per me un interlocutore, ma solo un politico che pensa ai voti: costi quel che costi.
Ne avrei anche per la sinistra tutta, e in particolare coi baldanzosi padroncini quarantenni che rappano slogan e dispensano sorrisi strategici, ma ce ne sarebbero così tante anche per loro, che non mi ci metto.

E poi la destra tutta: dall’improbabile Alfano – … – a Casa Pound, fascisti senza timore di ostentarlo. 

E infine ci sarebbero i cinque stelle, su cui avrei da dire qualcosa che si avvicina più a un suggerimento che a una critica, e riguarda la strafottente sicumera con cui trattano quelli che non lo sono – e soprattutto che i maestri uno se li sceglie e se li merita; e Grillo e Casaleggio… -; e anche che si fidano di persone che non conoscono solo perché hanno avuto più click in rete.
Ecco, concludo. 

La mia vita ha spesso a che fare con chi diritti ne ha meno, e quasi sempre, quando ne ha, nessuno gli ha spiegato cosa farsene, come usarli. 

Per questo ho accettato di stare nella mia lista: che mette i diritti al primo posto; che ha buone idee, che non ha parentele, non è ricattabile, di cui fanno parte persone che lavorano, che sono stufe di subire, che intendono ribaltare il paradigma politico imperante e mettere al centro delle proprie azioni il bene comune.
Qual’è la lista?

Fate una sottrazione seguendo il filo del discorso che ho tentato di fare: ecco, è l’unica che rimane.

 

youth di Sorrentino

Oggi ho visto “youth”, il nuovo film di Sorrentino. Come per altri suoi film, anche questo ha diviso: a onor di cronaca, sono uno di quelli che si schierano a favore: e con youth, da che parte mi metto?
E’ presto detto.

Youth è un film di Sorrentino al 100%: vi si individuano i canoni, i tic, i pregi e i difetti; ma se qualcuno si aspetta di incontrare il prosieguo de la grande bellezza, vedrà le proprie attese tradite: questo film è altro.
E’ un film che ci parla di vecchiaia e di morte, di illusioni, di amore, di disillusioni e disamore e vita.
Le critiche, quelli che ne sanno, che vedono le trappole semantiche e estetiche ripetono che questo regista è uno che bluffa, che gioca puntando sull’ipertutto: troppa musica – vero -, troppo patinato – vero -, troppo citazionismo – vero -, troppi primi piani – vero -; troppi troppo, vero.
Non mancano certo i difetti, ne sono consapevole: non mi faccio sedurre dai troppi troppo.

C’è qualcos’altro però, qualcosa che forse sappiamo tutti, che conosciamo benissimo, e che lui esibisce facendo tacere tutti: c’è l’offesa del tempo, l’attesa della morte, il rimpianto, l’angoscia del presente che ci affligge sempre, per tutta la vita, e che ci fa pentire di essere ciò che siamo e, peggio, di essere stati ciò che siamo stati.
Ho l’impressione che ci dica che c’è la meraviglia, che è qui, adesso, davanti a noi; certo, non sempre, ma a tratti, quando vuole lei; o meglio, quando siamo disponibili, quando possiamo e sappiamo e riusciamo a vederla.
Non è slogan contro il logorio della vita moderna: è così, e lo è per esperienza diretta di ciascun essere senziente.
Mi pare insista da molti film, girandoci attorno, c’entrando a momenti l’argomento confondendolo – o infiocchettandolo diranno i detrattori, coloro che sanno, che capiscono e che non ci stanno -; lo fa a modo suo, con tutti i difetti di cui sopra.

Ma lo fa, insiste, per come può.
Ci sono scene sublimi e noia qua e là, significati bignami e significanti onniscienti.
C’è grazia e superfluo, come nella vita, di cui la morte, fa pienamente parte.

biennale d’arte ed elezioni a Venezia

In questi giorni a Venezia c’è la biennale d’arte, le campagne elettorali comunali e regionali. Poteva a un artista un minimo scafato, sfuggire un’occasione così rara per far parlare di sé?

No, e infatti così è stato.
Chi non è mai stato alla biennale durante il primo mese, non può immaginare cosa può  diventare la città: un palcoscenico a cielo aperto. L’altro giorno, per fare un esempio, uno scemo con la testa dentro una gabbietta per uccellini si remenava a terra sui masegni: minimo sforzo, massimo risultato, allusioni a go go, arte pret a porter.

Venezia è anche questo: una vetrina da cui esibirsi, in grado di accogliere un’umanità variegata, esibizionista, narcisa e trasgressiva; il confine tra arte e artefatto è sempre labile, poggia su un equilibrio che oscilla tra l’assurdo e il geniale, fra talento e mercato; ma c’è sempre il margine per la propria interpretazione, meno per l’ingenuità. In tempi di internet, di onniscienza a portata di rete poi, basta cercare aforismi sull’arte e ci si erudisce subito: mai come in questo campo, vige la regola che non esistono regole e parametri, e che l’unico parametro, citando Emilio Castellani, veneziano anarchico e giornalista a cavallo tra 800 e 900, scriveva così  a Mark Twain  ” …la sensazione di assurdo, di parentesi spazio-temporale in cui tutto è possibile, ivi compreso l’incontro con il genio e l’idiozia, incarnati talvolta, in un tripudio di abbondanza, in un unico essere umano.

Confesso però che, seppur molto criticabile, l’incontro con l’arte ti pervade e penetra, confondendoti, costringendoti a trovare in te stesso la calma necessaria a contrastare l’euforia, la percezione che, se c’è un “oltre”, solo l’arte è capace di rappresentarlo…”
Detto ciò, in questi giorni di clima elettorale, l’idea dell’artista svizzero-islandese Christoph Büchel, è stata accolta da Björg Stefansdottir e dalla curatrice Nina Magnusdottir, i quali hanno coinvolto anche le Comunità islamiche di Reykjavik e di Venezia: una provocazione sì, e un’idea a monte, condivisibile o meno, cui però fanno riferimento a quanto scritto finora, né più né meno.

Ma visto il tema e il clima, c’è stato un putiferio in città. 

Ci si aggrappa alla fede, alla tradizione, alla storia, dimenticando, o fingendo di farlo, una delle questioni nodali: ci sono ventimila musulmani in città e negare loro un luogo di culto, indipendentemente dall’idea che si ha del culto specifico, non favorisce la pacifica convivenza.

C’è chi dice ” vorrei vedere se facessimo lo stesso lì da loro”,  eludendo il merito che una città e una società accogliente come lo è la nostra, può vantarsi di offrire. 

C’è chi dimentica che trattasi di un’opera d’arte – di cui sopra -, che se ha un merito, è proprio quello di far discutere.

C’è chi evoca terrorismo e vendette, rimestando colpevolmente paure e immaginari orrorifici, mentendo, sapendo di mentire.
Concludo questa mia, invitando le persone a lasciarsi tormentare dal dubbio che l’arte dovrebbe suscitare – se non lo fa, si tratta di artefatto o di imbellettamento al servizio dei potenti -.

E anche di ascoltare ciò che i candidati dicono nel merito: più che giudicare la forma, la formula, lo slogan, di concentrarsi sulla sostanza – quando c’è, poiché spesso è assente ingiustificata -.
Cristiano Prakash Dorigo

Venezia