biennale d’arte ed elezioni a Venezia

In questi giorni a Venezia c’è la biennale d’arte, le campagne elettorali comunali e regionali. Poteva a un artista un minimo scafato, sfuggire un’occasione così rara per far parlare di sé?

No, e infatti così è stato.
Chi non è mai stato alla biennale durante il primo mese, non può immaginare cosa può  diventare la città: un palcoscenico a cielo aperto. L’altro giorno, per fare un esempio, uno scemo con la testa dentro una gabbietta per uccellini si remenava a terra sui masegni: minimo sforzo, massimo risultato, allusioni a go go, arte pret a porter.

Venezia è anche questo: una vetrina da cui esibirsi, in grado di accogliere un’umanità variegata, esibizionista, narcisa e trasgressiva; il confine tra arte e artefatto è sempre labile, poggia su un equilibrio che oscilla tra l’assurdo e il geniale, fra talento e mercato; ma c’è sempre il margine per la propria interpretazione, meno per l’ingenuità. In tempi di internet, di onniscienza a portata di rete poi, basta cercare aforismi sull’arte e ci si erudisce subito: mai come in questo campo, vige la regola che non esistono regole e parametri, e che l’unico parametro, citando Emilio Castellani, veneziano anarchico e giornalista a cavallo tra 800 e 900, scriveva così  a Mark Twain  ” …la sensazione di assurdo, di parentesi spazio-temporale in cui tutto è possibile, ivi compreso l’incontro con il genio e l’idiozia, incarnati talvolta, in un tripudio di abbondanza, in un unico essere umano.

Confesso però che, seppur molto criticabile, l’incontro con l’arte ti pervade e penetra, confondendoti, costringendoti a trovare in te stesso la calma necessaria a contrastare l’euforia, la percezione che, se c’è un “oltre”, solo l’arte è capace di rappresentarlo…”
Detto ciò, in questi giorni di clima elettorale, l’idea dell’artista svizzero-islandese Christoph Büchel, è stata accolta da Björg Stefansdottir e dalla curatrice Nina Magnusdottir, i quali hanno coinvolto anche le Comunità islamiche di Reykjavik e di Venezia: una provocazione sì, e un’idea a monte, condivisibile o meno, cui però fanno riferimento a quanto scritto finora, né più né meno.

Ma visto il tema e il clima, c’è stato un putiferio in città. 

Ci si aggrappa alla fede, alla tradizione, alla storia, dimenticando, o fingendo di farlo, una delle questioni nodali: ci sono ventimila musulmani in città e negare loro un luogo di culto, indipendentemente dall’idea che si ha del culto specifico, non favorisce la pacifica convivenza.

C’è chi dice ” vorrei vedere se facessimo lo stesso lì da loro”,  eludendo il merito che una città e una società accogliente come lo è la nostra, può vantarsi di offrire. 

C’è chi dimentica che trattasi di un’opera d’arte – di cui sopra -, che se ha un merito, è proprio quello di far discutere.

C’è chi evoca terrorismo e vendette, rimestando colpevolmente paure e immaginari orrorifici, mentendo, sapendo di mentire.
Concludo questa mia, invitando le persone a lasciarsi tormentare dal dubbio che l’arte dovrebbe suscitare – se non lo fa, si tratta di artefatto o di imbellettamento al servizio dei potenti -.

E anche di ascoltare ciò che i candidati dicono nel merito: più che giudicare la forma, la formula, lo slogan, di concentrarsi sulla sostanza – quando c’è, poiché spesso è assente ingiustificata -.
Cristiano Prakash Dorigo

Venezia

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