Monthly Archives: August 2016

Desmond Hogan – L’ultima volta

A cosa servono le recensioni, i consigli, le dritte, rispetto alla lettura di buoni libri?
Il più delle volte a me servono solo a incazzarmi, a dare a me stesso – io mi do – dell’imbecille, dell’ingenuo – gravissimo difetto a questa età, che sovente, ahimè, subisco – e a chiedermi continuamente se valga la pena continuare a leggere libri con meno di cinquant’anni alle spalle – certo che ne vale la pena, se il rischio è il tuo mestiere – e se scrivere abbia ancora senso – e qui subentrano bisogni, senso del pudore, impulsi, consapevolezza.
Questa introduzione per dire che degli ultimi libri letti, tralasciando gli anziani certificati, ne segnalerei uno. Alcuni altri li boccio, ma ne taccio; altri, così così.

Questo invece mi ha convinto. E’ un libro di racconti, sconosciuto, sottovalutato, che ha venduto poco – ammissione dell’editore che però non se ne pente, e anzi, rilancia- per ragioni che credo di intuire, pur pensando che dovrebbero essere le stesse a decretarne, non dico il successo, ma una discreta diffusione tra i pochi lettori esigenti.
I racconti in Italia fanno fatica a imporsi; i libri in generale faticano, è vero. Ma il genere “racconto” di più, come fosse a sé stante, come succede alla poesia. Forse lo è, forse no; dipende che concezione si ha di letteratura, di lettura, di scrittura.
Nel mio casso, i libri sono un piacere.
Un piacere che fa crescere la comprensione dell’esistenza, fino al punto in cui ci si abbandona al mistero, all’incomprensione, alla piena soddisfazione dell’aver risolto il paradosso che ci costringe a essere tutti uguali e al contempo diversi, tutti inutili e al contempo necessari, irrilevanti e importanti.
Desmond Hogan descrive con chiarezza, semplicità e con tratto preciso e poetico le complicazioni della vita, circoscrivendole a un confino geografico – Irlanda e Inghilterra – pur avendo un carattere universale.

Ecco, consiglio vivamente la lettura di questo libro a chi ama avanzare lentamente tra le parole, per sentirne il sapore, il retrogusto, per coglierne il senso e intravederne i colori.
Non credo che ci siano molte recensioni – non ho verificato, e non mi importa – e questo forse ci avvicina a quel misto di apparenti contraddizioni cui accennavo poche righe sopra.image

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Versalis e cento anni di Portomarghera

vorrei dire la mia senza preoccuparmi troppo di cosa se ne possa pensare.
Domenica sera porto fuori il cane, strade buie, quieto traffico estivo, silenzio disteso e riposante. Ma c’è qualcosa che mi tormenta, che infastidisce occhi e gola. O forse è solo suggestione, penso.
Questa settimana ho visto in più occasioni uscire fiammate dalle due ciminiere della Versalis che poi, alla domenica, sono diventate protagoniste dell’ennesima fuga di qualcosa, ma niente di preoccupante, statevi buoni e chiudete le finestre.
Accidenti, penso: nel 2017 saranno cento anni che è stato fondato Portomarghera e festeggiamo così.
Festeggiamo?
Sì; o meglio: celebriamo.
Un secolo di progresso, il solito: quello in cui pochi guadagnano molto, e il resto mancia; una mancia che costa fatica, sudore, morte.
Sembrava bengodi, una cuccagna: via dalle campagne, tutti qui, a lavorare il futuro.
Un secolo in cui ci sono stati morti, in cui si sono accertati i colpevoli, in cui si è fatta giurisprudenza, la prima traccia, circa i danni ambientali. In cui un operaio, da solo, e poi con altri brillanti compagni di lavoro, alzano il dito e dicono che il re è nudo, e che lui sa e ha le prove.
Cento anni e ancora qui, a leccarsi le ferite che hanno il sapore schifoso dei fanghi avvelenati, nascosti dal pelo d’acqua della laguna.
Cent’anni e ancora a dire che sti ambientalisti hanno rotto gli zebedei, che se fosse per loro saremmo ancora homini sapiens, che vivremmo ancora nelle caverne. E il lavoro, il sacrosanto lavoro, articolo primo della Costituzione: petrolchimico e grandi navi sì, in faccia ai trogloditi.
È la solita vecchia storia, la solita propaganda, la vecchia retorica delle briciole su cui ci si avventa e annienta, da brave persone ubbidienti e civili.
Vorrei invece dire NO, BASTA.
Vorrei vivere in una città che dal primo gennaio del prossimo anno ragiona, ricorda, critica, si confronta e sancisce il minimo comun denominatore della vita civile, dove la formula ” prima il lavoro e poi la salute ” non ha diritto di replica.
Mi piacerebbe insomma sentire di vivere in una città in cui non si taccia chi non è d’accordo, ma chi specula sul bene comune, trasformandolo in mito di progresso.
E mi piacerebbe poter dire la mia senza preoccuparmi troppo di cosa se ne possa pensare.

Cristiano Dorigo
Via Terraglio 36