Versalis e cento anni di Portomarghera

vorrei dire la mia senza preoccuparmi troppo di cosa se ne possa pensare.
Domenica sera porto fuori il cane, strade buie, quieto traffico estivo, silenzio disteso e riposante. Ma c’è qualcosa che mi tormenta, che infastidisce occhi e gola. O forse è solo suggestione, penso.
Questa settimana ho visto in più occasioni uscire fiammate dalle due ciminiere della Versalis che poi, alla domenica, sono diventate protagoniste dell’ennesima fuga di qualcosa, ma niente di preoccupante, statevi buoni e chiudete le finestre.
Accidenti, penso: nel 2017 saranno cento anni che è stato fondato Portomarghera e festeggiamo così.
Festeggiamo?
Sì; o meglio: celebriamo.
Un secolo di progresso, il solito: quello in cui pochi guadagnano molto, e il resto mancia; una mancia che costa fatica, sudore, morte.
Sembrava bengodi, una cuccagna: via dalle campagne, tutti qui, a lavorare il futuro.
Un secolo in cui ci sono stati morti, in cui si sono accertati i colpevoli, in cui si è fatta giurisprudenza, la prima traccia, circa i danni ambientali. In cui un operaio, da solo, e poi con altri brillanti compagni di lavoro, alzano il dito e dicono che il re è nudo, e che lui sa e ha le prove.
Cento anni e ancora qui, a leccarsi le ferite che hanno il sapore schifoso dei fanghi avvelenati, nascosti dal pelo d’acqua della laguna.
Cent’anni e ancora a dire che sti ambientalisti hanno rotto gli zebedei, che se fosse per loro saremmo ancora homini sapiens, che vivremmo ancora nelle caverne. E il lavoro, il sacrosanto lavoro, articolo primo della Costituzione: petrolchimico e grandi navi sì, in faccia ai trogloditi.
È la solita vecchia storia, la solita propaganda, la vecchia retorica delle briciole su cui ci si avventa e annienta, da brave persone ubbidienti e civili.
Vorrei invece dire NO, BASTA.
Vorrei vivere in una città che dal primo gennaio del prossimo anno ragiona, ricorda, critica, si confronta e sancisce il minimo comun denominatore della vita civile, dove la formula ” prima il lavoro e poi la salute ” non ha diritto di replica.
Mi piacerebbe insomma sentire di vivere in una città in cui non si taccia chi non è d’accordo, ma chi specula sul bene comune, trasformandolo in mito di progresso.
E mi piacerebbe poter dire la mia senza preoccuparmi troppo di cosa se ne possa pensare.

Cristiano Dorigo
Via Terraglio 36

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