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Desmond Hogan – L’ultima volta

A cosa servono le recensioni, i consigli, le dritte, rispetto alla lettura di buoni libri?
Il più delle volte a me servono solo a incazzarmi, a dare a me stesso – io mi do – dell’imbecille, dell’ingenuo – gravissimo difetto a questa età, che sovente, ahimè, subisco – e a chiedermi continuamente se valga la pena continuare a leggere libri con meno di cinquant’anni alle spalle – certo che ne vale la pena, se il rischio è il tuo mestiere – e se scrivere abbia ancora senso – e qui subentrano bisogni, senso del pudore, impulsi, consapevolezza.
Questa introduzione per dire che degli ultimi libri letti, tralasciando gli anziani certificati, ne segnalerei uno. Alcuni altri li boccio, ma ne taccio; altri, così così.

Questo invece mi ha convinto. E’ un libro di racconti, sconosciuto, sottovalutato, che ha venduto poco – ammissione dell’editore che però non se ne pente, e anzi, rilancia- per ragioni che credo di intuire, pur pensando che dovrebbero essere le stesse a decretarne, non dico il successo, ma una discreta diffusione tra i pochi lettori esigenti.
I racconti in Italia fanno fatica a imporsi; i libri in generale faticano, è vero. Ma il genere “racconto” di più, come fosse a sé stante, come succede alla poesia. Forse lo è, forse no; dipende che concezione si ha di letteratura, di lettura, di scrittura.
Nel mio casso, i libri sono un piacere.
Un piacere che fa crescere la comprensione dell’esistenza, fino al punto in cui ci si abbandona al mistero, all’incomprensione, alla piena soddisfazione dell’aver risolto il paradosso che ci costringe a essere tutti uguali e al contempo diversi, tutti inutili e al contempo necessari, irrilevanti e importanti.
Desmond Hogan descrive con chiarezza, semplicità e con tratto preciso e poetico le complicazioni della vita, circoscrivendole a un confino geografico – Irlanda e Inghilterra – pur avendo un carattere universale.

Ecco, consiglio vivamente la lettura di questo libro a chi ama avanzare lentamente tra le parole, per sentirne il sapore, il retrogusto, per coglierne il senso e intravederne i colori.
Non credo che ci siano molte recensioni – non ho verificato, e non mi importa – e questo forse ci avvicina a quel misto di apparenti contraddizioni cui accennavo poche righe sopra.image

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Versalis e cento anni di Portomarghera

vorrei dire la mia senza preoccuparmi troppo di cosa se ne possa pensare.
Domenica sera porto fuori il cane, strade buie, quieto traffico estivo, silenzio disteso e riposante. Ma c’è qualcosa che mi tormenta, che infastidisce occhi e gola. O forse è solo suggestione, penso.
Questa settimana ho visto in più occasioni uscire fiammate dalle due ciminiere della Versalis che poi, alla domenica, sono diventate protagoniste dell’ennesima fuga di qualcosa, ma niente di preoccupante, statevi buoni e chiudete le finestre.
Accidenti, penso: nel 2017 saranno cento anni che è stato fondato Portomarghera e festeggiamo così.
Festeggiamo?
Sì; o meglio: celebriamo.
Un secolo di progresso, il solito: quello in cui pochi guadagnano molto, e il resto mancia; una mancia che costa fatica, sudore, morte.
Sembrava bengodi, una cuccagna: via dalle campagne, tutti qui, a lavorare il futuro.
Un secolo in cui ci sono stati morti, in cui si sono accertati i colpevoli, in cui si è fatta giurisprudenza, la prima traccia, circa i danni ambientali. In cui un operaio, da solo, e poi con altri brillanti compagni di lavoro, alzano il dito e dicono che il re è nudo, e che lui sa e ha le prove.
Cento anni e ancora qui, a leccarsi le ferite che hanno il sapore schifoso dei fanghi avvelenati, nascosti dal pelo d’acqua della laguna.
Cent’anni e ancora a dire che sti ambientalisti hanno rotto gli zebedei, che se fosse per loro saremmo ancora homini sapiens, che vivremmo ancora nelle caverne. E il lavoro, il sacrosanto lavoro, articolo primo della Costituzione: petrolchimico e grandi navi sì, in faccia ai trogloditi.
È la solita vecchia storia, la solita propaganda, la vecchia retorica delle briciole su cui ci si avventa e annienta, da brave persone ubbidienti e civili.
Vorrei invece dire NO, BASTA.
Vorrei vivere in una città che dal primo gennaio del prossimo anno ragiona, ricorda, critica, si confronta e sancisce il minimo comun denominatore della vita civile, dove la formula ” prima il lavoro e poi la salute ” non ha diritto di replica.
Mi piacerebbe insomma sentire di vivere in una città in cui non si taccia chi non è d’accordo, ma chi specula sul bene comune, trasformandolo in mito di progresso.
E mi piacerebbe poter dire la mia senza preoccuparmi troppo di cosa se ne possa pensare.

Cristiano Dorigo
Via Terraglio 36

Lettera di un amico al suo amico Carlo ( Giuliani ) perché la Storia anche quando è nuda, ha la sua parte intima.

Scrittura e cura

Ci sono improvvisi momenti di lucidità in cui si percepisce che tutto è diverso da come pensiamo che sia.

In questi brevissimi istanti di risveglio qualcosa, dentro, si modifica.
La prospettiva da cui di solito si osserva la vita, si apre all’ignoto.
E tutto è limpido, cristallino.
L’ignoto, in questi frangenti, si trasforma in chiara comprensione di quanto, normalmente, non riusciamo a essere ciò che in realtà siamo: di quanto ci difendiamo, di quanto abbiamo paura di ascoltare ciò che sentiamo, di quanto siamo lontani dalla nostra verità.

Comincio in modo desueto la mia lettera.
Ti scrivo, come sempre, per condividere quel che sento.
Il nostro rapporto epistolare non soffre la distanza; anzi, ne trae beneficio; scava una maggiore intimità, e confonde, mischiandola, la verità oggettiva da quella percepita, sottraendosi così al dovere della cronaca, aggiungendo però sostanziose digressioni.

Dura da molti anni l’abitudine di scriverti.

All’inizio a penna, su dei fogli rubati alla fretta, col furore inoffensivo della giovinezza. Adesso con il computer, con una maggiore pulizia di stile.

Adesso sembriamo immobilizzati, al confronto; in realtà, e lo sappiamo bene, abbiamo solo spostato i luoghi delle frequentazioni: da fuori, estetici, scintillanti; a dentro, profondi, autentici – nelle intenzioni, almeno -.

Quando eravamo più giovani, eternamente tardo adolescenti, ci raccontavamo il passato e il futuro, fantasticando le infinite possibilità che la vita poteva offrirci.

Che male poteva fare, rielaborare ciò che era stato o sognare il divenire?

Vanagloriosi, ostentavamo con fierezza la nostra trascuratezza e l’aria un po’ sconcertante degli alternativi alla forma.

Non era in verità solo la rappresentazione di una concreta scelta sociale; o almeno non la percepivamo così. Era forse più un mascheramento, che doveva testimoniare come ci sentissimo diversi, come non riuscissimo ad essere come avremmo dovuto, come le regole del mondo fossero stritolanti, e alcuni vivessero in apnea, accontentandosi di un filo di respiro, mentre noi volevamo farlo a pieni polmoni.

E allora: politica, musica, droga, sesso; tutti eccessi provinciali, baldorie fittizie, mascheramenti, recitazione.

Tutto omologato a uno stile di vita parallelo che riuniva i diversi.

Come collocare il disagio se non obliando pensieri pesanti, contestando le minuzie, i particolari, spesso senza valore?

Quante avventure abbiamo vissuto che meritino un posto significativo nella nostra memoria; quante volte ci siamo sentiti perdutamente vivi?

Ho letto molti libri e alcuni dicevano, in sintesi, che lo scopo della vita è conoscersi, bastarsi, accettare la propria solitudine ed unicità.

Da quando l’ho fatto, percepisco un continuo lavorio interiore; come ospitassi una presenza roditrice che sgranocchia le mie insicure certezze.

Con la mente riesco a relegare in periferia queste scomode ed irriverenti idee; ma da lontano, come il riverbero di un’eco, sento che vivono e hanno lacerato la solida corazza delle mie sicurezze. Infatti non riesco più ad ignorarle, e ad ogni bugia, finzione, furbizia, reagisco come se ne fossi allergico.

Così ho deciso di accettarne l’ineluttabilità, constatando che, forse, quel vago senso di vuoto che provavamo, e che continuava con sempre maggior insistenza crescendo, potrebbe trovare risposte.

Ma devo spiegarmi meglio a te.
Quando sono fuori casa, in un qualsiasi posto, osservo le persone.
Ricordi quando eravamo ragazzini? Era un vero spasso per noi!
Era come avere un’immensa lente d’ingrandimento attraverso cui guardavamo chiunque ridendo e scherzando come pazzi.
Adesso no; adesso non m’importa niente di come uno si veste, si pettina, s’atteggia; adesso la differenza è dentro, è un profondo senso d’estraneità, di non appartenenza: a niente e nessuno. Non tollero più l’ipocrisia, le maschere, la finzione.
Non accetto più di continuare ad abitarle, a non riuscire a staccarmene, se non con atti di attenzione, che mi restituiscono ciò che sono: l’inquilino di un robot, uno che presta le sue maschere alla messinscena della vita formale, sociale, riconosciuta come autentico compromesso, introiettato da tutti, riconosciuto come sola soluzione all’ammaestramento della bestia che ci abita e che teniamo a freno con surrogati di felicità consolatoria.

Sono sconvolto da come questi elementi siano uniti, dalla simultaneità con cui si sono manifestati: sono solo, unico.

Allora, mi dico, val la pena riflettere su come è strutturata l’esistenza, sull’organigramma sociale; su chi sa e organizza, attribuendosi in malafede un potere quasi divino, creando fasulle occasioni relazionali, reciproche tentazioni a pagamento, pretestuosi vizi e bisogni indotti, inibendo al rango di potenziale cliente, la persona e il suo istinto.

So bene cosa diresti a questo punto, e so come mi guarderesti, con quegli occhi profondi, con la testa che annuisce; non useresti la voce, ma io le sentirei comunque le tue parole, i tuoi pensieri, come tu sentivi i miei: diresti, senza parlare, che è quello che dici da sempre, che sostieni fin da quando eri poco più di un bambino, con cui ti sei sempre scontrato con me fin quasi a fare a botte.

Ma non è quello: è qualcosa di più, qualcosa di più grande della sociologia, della psicologia; è un seme, soffocato, spesso talmente nascosto da dimenticarcene.

È una libertà che non può essere soppressa dal pensiero razionale, dalle regole sociali, dalla mistica delle religioni: è religione pura, è nudità totale, è segreto svelato.

Non serve ribellarsi e rompere tutto; ci vuole una ribellione qualitativamente diversa, più concreta che apparente, più efficace che violenta, più libera che ribelle.

Ho raccolto ogni singola lettera che ho scritto e, a rileggerle facendo attenzione all’ordine cronologico, se ne ricava l’evoluzione personale, quella ambientale, la precarietà e mutevolezza di idee che sembravano, se contestualizzate, promesse di fedeltà eterna.

A volerle poi interpretare con occhio smaliziato, se ne potrebbe ricavare un diario di vita, un interessante rapporto epistolare che rivela senza filtri, complice la confidenza e le reciproca benevolenza.

Emergono, tra gli altri, elementi che fanno pensare allo scampato pericolo, al superamento di una precarietà romantica e tenera che rimanda ai giocolieri circensi. Come equilibristi su una corda tesa, bisognava fare attenzione a non cadere, a raggiungere l’altro capo con calma, senza sbagliare.

Confesso che più vado avanti, più lascio al tempo che fu la frenesia del fare per fare, del baccano per sottolineare la presenza, del seguire l’istinto senza cercare di comprendere quale natura lo spinga, lo faccia pulsare nel corpo e nella testa.

Ora, ciò che sono, corrisponde sovente a ciò che faccio: mi sento autentico, coerente.

Insomma, molto di quel che eravamo, non fa più parte di quello che sono adesso; se non in forma costitutiva, latente, che magari emerge quando un sentimento forte, l’agitazione, la distrazione mi invadono: allora, in quel caso, ciò che ero viene fuori, fa un balletto, e poi torna a cuccia.

Volevo dirti quello che penso ora dell’amicizia, del bisogno di stemperare le divergenze, smussare gli angoli, accettare di farsi pungere dalle nostre spine aguzze, dagli sbalzi d’umore, dalle piccole cattiverie.

Più ci si conosce, più emergono le parti in ombra, gli istinti primordiali, le parti nascoste dal bisogno di estetizzare quello che non ci piace di noi.

Solo scoprendosi, osando dire il taciuto, pur temendo di farsi male, ma non rinunciando a parlare, certamente faticando, ma con bontà, aiuteranno a rivelare l’interezza, l’unità disgregata senza più temere il giudizio.

E così il rapporto di amicizia, più di quello amoroso, verbalizza i pensieri sparsi e disordinati che pensiamo continuamente, e che risultano sempre parziali, occasionali.

Sforzandosi di comunicare, di costruire ragioni, pur anche irrazionali, nude, rivelate nella loro genesi ereditaria, familiare, ambientale, e perciò incolpevoli d’esistere, accettandole, confortati dalla reciprocità.

Non è facile non giudicare, tenersi a distanza di sicurezza dai propri umori, dal proprio sistema valoriale.

Ma quando si è amici, e lo si è davvero, la benevolenza supera e sublima questi tratti; e le contraddizioni, le difficoltà, diventano terreno neutrale in cui confrontarsi, anziché confliggere.

Ogni tanto riguardo il video di allora.
Ce ne sono un’infinità, così come le tesi a supporto.
È impressionante, lacerante, e tu, lo so, ne saresti contento.
Ti piacerebbe l’estetica barricadera, il contesto, il potere evocativo subliminale, la nettezza della sproporzione dei ruoli e dei giochi di forza.
Nessuno mi può controllare se io sono centrato, se sono me, se sono autenticamente integro.
La ribellione, la rivoluzione, sono sempre state della borghesia illuminata; talmente illuminata, da aver portato vantaggi concreti soltanto a loro stessi. Mentre la carne da macello si faceva massacrare, loro stavano già tessendo alleanze, contandosi, sfregandosi le mani, supponendo l’incasso.

Non è rompendo una vetrina, gambizzando qualcuno; no, quello serve solo a misurare i giochi di potere, a consentirgli di giocare la parte delle vittime, riciclandosi nella nuova veste di chi subisce la violenza altrui.

Io sono libero se sono me, se riconosco le sovrastrutture, se intuisco le trappole delle ideologie; se me ne libero; se accetto infine di non appartenermi, perché io non sono più, sono sparito, fuso, compreso nel gioco dell’esistenza.

Lo sai bene, l’avevo promesso che da allora, da quel preciso momento, avrei cambiato la mia vita; l’avrei vissuta cercando di comprendere.

Sono ancora legato a quella promessa: ho iniziato un cammino che non prevede ripensamenti, che include in sé la pazzia e il suo antidoto, che mi ha segnato rivelandosi, talvolta, faticoso e pesante ma, al tempo stesso, autentico.

Da quando ho cominciato a scriverti ho allontanato e controllato il dolore; è stato il mio modo di (r)esistere, di accettare gradualmente quello che era successo, anche se ho imparato, ormai, che i cambiamenti avvengono all’improvviso, come con un salto quantico, una discesa senza freni.

Non si cambia un poco alla volta, se non nei ristretti confini del preordinato, del finto destino dell’educazione formale.

Già da prima della nascita abbiamo un percorso prestabilito: feto-neonato-bambino-adolescente- giovane-adulto-vecchio-defunto.

Un cambiamento vero invece, accade: da un momento all’altro, eravamo in un certo modo, siamo qualcun altro.

Perché ciò avvenga, bisogna accettare la parte ignota di noi stessi, mollare le sicurezze, abbandonare le abitudini, vivere ciò che è senza più pensare a quello che fu, senza preoccuparsi di quel che sarà.

Esordivo dicendo che ci sono momenti di lucidità che illuminano brevi istanti; che da questi momenti se ne esce con l’intuizione che esiste un modo diverso di essere.

Questi mi hanno aiutato a capire che ero sopraffatto dalla paura di soffrire e che dovevo reagire. In questi anni ho comunque vissuto, sono cresciuto, ho costruito rapporti, ho lavorato. Quest’abitudine di scriverti era il mio segreto; era il luogo in cui lasciare e conservare tracce di me che non sapevo, altrimenti, come esprimere.
Mi ha aiutato a capire, a dire la mia verità, a sentirmi al sicuro come avessi un rifugio intimo e inespugnabile; come avessi uno specchio che riflette la coscienza.
Poi, per caso, senza avvisare, arrivano quei momenti e cogli il senso di quello che accade, della vita; che tutto inizia e finisce.

L’immagine mostra una marea umana, fumo, fuoco, vetrine distrutte, urla, pestaggi violenti, cassonetti.

È il caos assoluto, sfondo ideale per giustificare qualsiasi cosa.
Il terzo Battaglione Lombardia dovrebbe raggiungere i black block che stanno distruggendo tutto. Si fermano però davanti al corteo delle tute bianche.
Sono isolati dalla centrale operativa.
Non si dirigono verso Via Tolemaide.
Due Defender rimangono isolati in Via Caffa alle 17.22.
Retromarcia verso Piazza Alimonda.
Incastrati da un cassonetto, una delle due jeep riesce a partire.
Rimane solo quella con l’ausiliario Mario Placanica e il suo compagno alla guida.
A quattro metri e diciannove dal mezzo ci sei tu, in passamontagna e canottiera.
Forse vedi la pistola in mano al carabiniere, sollevi un estintore che trovi in strada.
Ore 17.27 di venerdì 20 settembre 2001. Uno sparo.
Un urlo “ODDIO. CAZZO. NOOOOO”.
La jeep guidata da Filippo Cavataglio fa retromarcia e ti calpesta due volte.
I tuoi amici spostano il corpo.
Io guardo il video e vomito e piango.

Sto dicendo che questo comunicare, felice ma ermeticamente chiuso, sta esaurendosi.

Che questo bisogno di interiorità sta cambiando luoghi e confini, che sarà più scoperto; che sono pronto a pagare il prezzo di questa nudità.

Sto tentando di dire che val la pena rischiare, aprirsi, buttarsi nel mucchio, esprimere selvatichezza e dolcezza, respirare a pieni polmoni.

Sto dicendo che da quando te ne sei andato ho imparato molte cose, ho scoperto piccole verità, ne ho scartate altre, ho capito che bisogna accontentarsi di questo.

Quello che so, che riconosco come immutabile, è frutto di intuizioni e non di pensieri: questi ultimi hanno il limite oggettivo di essere contenuti all’interno delle regole del gioco, dei conformismi o, al contrario, da moti di ribellione a questi.

Ma, appunto, gli appartengono.

La conoscenza scientifica sta dimostrando che più si approfondisce il sapere, più questo è relativo e instabile, fragile, tenuto in piedi fino alla successiva scoperta, che lo abbatterà.

Sto dicendo che ho compreso a fondo che si deve cominciare da noi stessi per rivoluzionare lo status quo.

Sto dicendo che solo da poco tempo ho accettato di averti perso per sempre e che devo continuare a vivere perché ho finalmente la voglia e la forza per farlo.

Addio Carlo, ti ricorderò per sempre.

Il sindaco di Venezia e le favole 

A proposito del Sindaco… Circondato da gente che viene da altri paesi, cerco inutilmente di vedere se il bus lontano che si avvicina è quello in ritardo. Vedo male da distante, e anche da vicino ormai; e pensavo che ci si abitua a tutto: all’età, ai ritardi, all’abitudine che scolora le infinite tonalità dell’attesa e dello stupore. Ma sento che mai potrò con l’arroganza. Sono veneziano e ho un sindaco, per intenderci, che vorrebbe ignorare la pluralità al fine di ripristinare il diritto alla normalità in termini educativi – famigliari. Il sindaco di una grande città dovrebbe sapere che la normalità è parametro incerto e che i diritti vanno garantiti per principio costituzionale. Cerco tenacemente di non abituarmi ai ritardi dei bus, alla dittatura delle abitudini, all’ignoranza qualunquista di chi pensa che siamo tutti uguali; ebbene, è proprio l’esatto contrario: siamo tutti diversi ed è per questo che se ci si abitua all’idea, magari fin da piccoli, cresceremo meglio, più consapevoli che ognuno ha il dovere di rispettare i diritti delle altre persone, e viceversa di pretenderlo. Il bus poi è arrivato e l’autista si è scusato del ritardo e, infine sono arrivato al lavoro. Ah, dimenticavo: lavoro in una scuola materna dove abbiamo letto “piccolo blu e piccolo giallo” perché i bambini hanno detto che “Cenerentola” gli faceva paura.Gino

Elezioni a Venezia

Lavoro da oltre vent’anni nel “sociale”. In questi ultimi dieci con minori e giovani donne che per cause varie hanno dovuto ricorrere a un supporto per poter avere accesso a un’esistenza “normale”. Che cosa sia la normalità, io non lo so; o meglio, so che per molte persone la normalità è quella che la vita gli ha fatto conoscere. In questi molti anni ho conosciuto normalità di ogni genere, spesso prive di diritti, piene di violenza, deprivate, ignoranti di vissuti d’amore, eccetera.La normalità corrisponde alla propria esperienza, e a volte è molto distante dagli standard cui siamo abituati, che ci hanno insegnato, che si ipotizzano nelle teorie. 

Quasi sempre, in condizioni adeguate, si arriva a patteggiare e a conciliare le condizioni di partenza con le esigenze del reale – pur avendo ben presente che il reale è illusorio –

L’adeguatezza sopracitata riguarda il diritto al riscatto: avere una possibilità, poterla offrire a quei qualcuno cui non è stata offerta in origine.

Quando si parla di diritti, io penso al diritto di avere delle possibilità; e penso anche al dovere: chi i diritti li ha già, dovrebbe mettere chi non li ha in condizioni di poterne usufruire; e a coloro che ne usufruiscono, per far sì che non si trasformino in diritto acquisito, scontato, sempiterno. Ci sono molti soggetti che si dedicano alla cronicità dei malesseri e alla coltivazione delle anime perse, cosicché si possa poi guarirle ma mai del tutto, e io non voglio farvi parte.
In questi gironi di cattiverie pre-elettorali ho letto e sentito le peggiori bestialità e le più degradanti accuse contro chi avanza l’idea che si ha diritto ai diritti, e che ancora molte, troppe persone, ne sono escluse.

Farò un paio di esempi, i più sfruttati: quelli contro i diritti delle coppie omosessuali e quelli contro gli immigrati.

Sono quelli che mi feriscono di più, soprattutto quando sono pronunciate e scritte da persone che credevo sane, intelligenti, oneste, e che ritrovo invece immischiate in sterili discussioni contro queste o quelli, in nome di non ho capito quali pericoli o tradizioni.

Il Cardinale Parolin si è spinto a definire una “sconfitta per l’umanità” il recente referendum a favore dei matrimoni omosessuali in Irlanda ( ma cosa sta dicendo? Ma si rende conto del peso delle sue parole, Parolin? Perché non spiega, uscendo però dai recinti ideologici dentro cui è rinchiuso, quale sarebbe nello specifico questa sconfitta?)

E poi dovrei dire di Salvini, ma mi arrendo: temo che con chi usa certi argomenti razzisti io non possa dialogare, e viceversa: chi non conosce il pudore del silenzio, la dolcezza del pentimento, la forza del dubbio e del rispetto degli esseri umani, non è per me un interlocutore, ma solo un politico che pensa ai voti: costi quel che costi.
Ne avrei anche per la sinistra tutta, e in particolare coi baldanzosi padroncini quarantenni che rappano slogan e dispensano sorrisi strategici, ma ce ne sarebbero così tante anche per loro, che non mi ci metto.

E poi la destra tutta: dall’improbabile Alfano – … – a Casa Pound, fascisti senza timore di ostentarlo. 

E infine ci sarebbero i cinque stelle, su cui avrei da dire qualcosa che si avvicina più a un suggerimento che a una critica, e riguarda la strafottente sicumera con cui trattano quelli che non lo sono – e soprattutto che i maestri uno se li sceglie e se li merita; e Grillo e Casaleggio… -; e anche che si fidano di persone che non conoscono solo perché hanno avuto più click in rete.
Ecco, concludo. 

La mia vita ha spesso a che fare con chi diritti ne ha meno, e quasi sempre, quando ne ha, nessuno gli ha spiegato cosa farsene, come usarli. 

Per questo ho accettato di stare nella mia lista: che mette i diritti al primo posto; che ha buone idee, che non ha parentele, non è ricattabile, di cui fanno parte persone che lavorano, che sono stufe di subire, che intendono ribaltare il paradigma politico imperante e mettere al centro delle proprie azioni il bene comune.
Qual’è la lista?

Fate una sottrazione seguendo il filo del discorso che ho tentato di fare: ecco, è l’unica che rimane.

 

youth di Sorrentino

Oggi ho visto “youth”, il nuovo film di Sorrentino. Come per altri suoi film, anche questo ha diviso: a onor di cronaca, sono uno di quelli che si schierano a favore: e con youth, da che parte mi metto?
E’ presto detto.

Youth è un film di Sorrentino al 100%: vi si individuano i canoni, i tic, i pregi e i difetti; ma se qualcuno si aspetta di incontrare il prosieguo de la grande bellezza, vedrà le proprie attese tradite: questo film è altro.
E’ un film che ci parla di vecchiaia e di morte, di illusioni, di amore, di disillusioni e disamore e vita.
Le critiche, quelli che ne sanno, che vedono le trappole semantiche e estetiche ripetono che questo regista è uno che bluffa, che gioca puntando sull’ipertutto: troppa musica – vero -, troppo patinato – vero -, troppo citazionismo – vero -, troppi primi piani – vero -; troppi troppo, vero.
Non mancano certo i difetti, ne sono consapevole: non mi faccio sedurre dai troppi troppo.

C’è qualcos’altro però, qualcosa che forse sappiamo tutti, che conosciamo benissimo, e che lui esibisce facendo tacere tutti: c’è l’offesa del tempo, l’attesa della morte, il rimpianto, l’angoscia del presente che ci affligge sempre, per tutta la vita, e che ci fa pentire di essere ciò che siamo e, peggio, di essere stati ciò che siamo stati.
Ho l’impressione che ci dica che c’è la meraviglia, che è qui, adesso, davanti a noi; certo, non sempre, ma a tratti, quando vuole lei; o meglio, quando siamo disponibili, quando possiamo e sappiamo e riusciamo a vederla.
Non è slogan contro il logorio della vita moderna: è così, e lo è per esperienza diretta di ciascun essere senziente.
Mi pare insista da molti film, girandoci attorno, c’entrando a momenti l’argomento confondendolo – o infiocchettandolo diranno i detrattori, coloro che sanno, che capiscono e che non ci stanno -; lo fa a modo suo, con tutti i difetti di cui sopra.

Ma lo fa, insiste, per come può.
Ci sono scene sublimi e noia qua e là, significati bignami e significanti onniscienti.
C’è grazia e superfluo, come nella vita, di cui la morte, fa pienamente parte.

biennale d’arte ed elezioni a Venezia

In questi giorni a Venezia c’è la biennale d’arte, le campagne elettorali comunali e regionali. Poteva a un artista un minimo scafato, sfuggire un’occasione così rara per far parlare di sé?

No, e infatti così è stato.
Chi non è mai stato alla biennale durante il primo mese, non può immaginare cosa può  diventare la città: un palcoscenico a cielo aperto. L’altro giorno, per fare un esempio, uno scemo con la testa dentro una gabbietta per uccellini si remenava a terra sui masegni: minimo sforzo, massimo risultato, allusioni a go go, arte pret a porter.

Venezia è anche questo: una vetrina da cui esibirsi, in grado di accogliere un’umanità variegata, esibizionista, narcisa e trasgressiva; il confine tra arte e artefatto è sempre labile, poggia su un equilibrio che oscilla tra l’assurdo e il geniale, fra talento e mercato; ma c’è sempre il margine per la propria interpretazione, meno per l’ingenuità. In tempi di internet, di onniscienza a portata di rete poi, basta cercare aforismi sull’arte e ci si erudisce subito: mai come in questo campo, vige la regola che non esistono regole e parametri, e che l’unico parametro, citando Emilio Castellani, veneziano anarchico e giornalista a cavallo tra 800 e 900, scriveva così  a Mark Twain  ” …la sensazione di assurdo, di parentesi spazio-temporale in cui tutto è possibile, ivi compreso l’incontro con il genio e l’idiozia, incarnati talvolta, in un tripudio di abbondanza, in un unico essere umano.

Confesso però che, seppur molto criticabile, l’incontro con l’arte ti pervade e penetra, confondendoti, costringendoti a trovare in te stesso la calma necessaria a contrastare l’euforia, la percezione che, se c’è un “oltre”, solo l’arte è capace di rappresentarlo…”
Detto ciò, in questi giorni di clima elettorale, l’idea dell’artista svizzero-islandese Christoph Büchel, è stata accolta da Björg Stefansdottir e dalla curatrice Nina Magnusdottir, i quali hanno coinvolto anche le Comunità islamiche di Reykjavik e di Venezia: una provocazione sì, e un’idea a monte, condivisibile o meno, cui però fanno riferimento a quanto scritto finora, né più né meno.

Ma visto il tema e il clima, c’è stato un putiferio in città. 

Ci si aggrappa alla fede, alla tradizione, alla storia, dimenticando, o fingendo di farlo, una delle questioni nodali: ci sono ventimila musulmani in città e negare loro un luogo di culto, indipendentemente dall’idea che si ha del culto specifico, non favorisce la pacifica convivenza.

C’è chi dice ” vorrei vedere se facessimo lo stesso lì da loro”,  eludendo il merito che una città e una società accogliente come lo è la nostra, può vantarsi di offrire. 

C’è chi dimentica che trattasi di un’opera d’arte – di cui sopra -, che se ha un merito, è proprio quello di far discutere.

C’è chi evoca terrorismo e vendette, rimestando colpevolmente paure e immaginari orrorifici, mentendo, sapendo di mentire.
Concludo questa mia, invitando le persone a lasciarsi tormentare dal dubbio che l’arte dovrebbe suscitare – se non lo fa, si tratta di artefatto o di imbellettamento al servizio dei potenti -.

E anche di ascoltare ciò che i candidati dicono nel merito: più che giudicare la forma, la formula, lo slogan, di concentrarsi sulla sostanza – quando c’è, poiché spesso è assente ingiustificata -.
Cristiano Prakash Dorigo

Venezia