A proposito della sentenza sul g8: scrittura e cura ( da ” cose minute di nessuna importanza”

Scrittura e cura

Ci sono improvvisi momenti di lucidità in cui si percepisce che tutto è diverso da come pensiamo che sia.

In questi brevissimi istanti di risveglio qualcosa, dentro, si modifica.

La prospettiva da cui di solito si osserva la vita, si apre all’ignoto.

E tutto è limpido, cristallino.

L’ignoto, in questi frangenti, si trasforma in chiara comprensione di quanto, normalmente, non riusciamo a essere ciò che in realtà siamo: di quanto ci difendiamo, di quanto abbiamo paura di ascoltare ciò che sentiamo, di quanto siamo lontani dalla nostra verità.

Comincio in modo desueto la mia lettera.

Ti scrivo, come sempre, per condividere quel che sento.

Il nostro rapporto epistolare non soffre la distanza; anzi, ne trae beneficio; scava una maggiore intimità, e confonde, mischiandola, la verità oggettiva da quella percepita, sottraendosi così al dovere della cronaca, aggiungendo però sostanziose digressioni.

Dura da molti anni l’abitudine di scriverti.

All’inizio a penna, su dei fogli rubati alla fretta, col furore inoffensivo della giovinezza, come novelli narcisi che, girando continuamente come i nomadi, offrono e prendono quel che viene; alternando incontri carnali mancati, ad altri consumati con la voracità di chi vuol finire presto, perché l’alternativa impossibile, ma che vigila fantasmatica, è che non finisca mai; belli e brutti, tutti comunque utili ad avere qualcosa di molto memorabile da raccontare. E non importa se vero, o solo immaginato.

Adesso con il computer, con una più quieta pulizia di stile.

Adesso sembriamo immobilizzati, al confronto; in realtà, e lo sappiamo bene, abbiamo solo spostato i luoghi delle frequentazioni: da fuori, estetici, scintillanti; a dentro, profondi, autentici – nelle intenzioni, almeno -.

Quando eravamo più giovani, eternamente tardo adolescenti, ci raccontavamo il passato e il futuro, fantasticando continuamente sulle infinite possibilità che la vita poteva offrirci.

Che male poteva fare, rielaborare ciò che era stato o sognare il divenire?

Vanagloriosi, ostentavamo con fierezza la nostra trascuratezza e l’aria un po’ sconcertante degli alternativi alla forma.

Non era in verità solo la rappresentazione di una concreta scelta sociale; o almeno non la percepivamo così. Era forse più un mascheramento, che doveva testimoniare come ci sentissimo diversi, come non riuscissimo ad essere come avremmo dovuto, come le regole del mondo fossero stritolanti, e alcuni vivessero in apnea, accontentandosi di un filo di respiro, mentre noi volevamo farlo a pieni polmoni.

E allora: politica, musica, droga, sesso; tutti eccessi provinciali, baldorie fittizie, mascheramenti, recitazione.

Tutti perfettamente omologati ad uno stile di vita parallelo che riuniva i diversi.

Come collocare il disagio se non obliando pensieri pesanti, contestando le minuzie, i particolari, spesso senza valore?

Quante avventure abbiamo vissuto che meritino un posto significativo nella nostra memoria; quante volte ci siamo sentiti perdutamente vivi?

Recentemente ho letto alcuni libri che mi hanno offerto alcuni interessanti spunti.

Dicevano, in sintesi, che lo scopo della vita è conoscersi, bastarsi, accettare la propria solitudine ed unicità.

Da quando l’ho fatto, percepisco un continuo lavorio interiore; come ospitassi una presenza roditrice che sgranocchia le mie insicure certezze.

Con la mente riesco a relegare in periferia queste scomode ed irriverenti idee; ma da lontano, come il riverbero di un’eco, sento che vivono e hanno lacerato la solida corazza delle mie sicurezze. Infatti non riesco più ad ignorarle, e ad ogni bugia, finzione, furbizia, reagisco come se ne fossi allergico.

Così ho deciso di accettarne l’ineluttabilità, constatando che, forse, quel vago senso di vuoto che provavamo, e che continuava con sempre maggior insistenza ultimamente, potrebbe trovare risposte.

Ma devo spiegarmi meglio a te.

Quando sono fuori casa, in un qualsiasi posto, osservo le persone.

Ricordi quando eravamo ragazzini? Era un vero spasso per noi!

Era come avere un’immensa lente d’ingrandimento attraverso cui guardavamo chiunque ridendo e scherzando come pazzi.

Adesso no; adesso non m’importa niente di come uno si veste, si pettina, s’atteggia; adesso la differenza è dentro, è un profondo senso d’estraneità, di non appartenenza: a niente e nessuno.

Non tollero più l’ipocrisia, le maschere, la finzione.

Non accetto più di continuare ad abitarle, a non riuscire a staccarmene, se non con atti di attenzione, che mi restituiscono ciò che sono: l’inquilino di un robot, uno che presta le sue maschere alla messinscena della vita formale, sociale, riconosciuta come autentico compromesso, introiettato da tutti, riconosciuto come sola soluzione all’ammaestramento della bestia che ci abita e che teniamo a freno con surrogati di felicità consolatoria.

Sono sconvolto da come questi elementi siano uniti, dalla simultaneità con cui si sono manifestati: sono solo, unico.

Allora, mi dico, val la pena riflettere su come è strutturata l’esistenza, sull’organigramma sociale; su chi sa e organizza, attribuendosi in malafede un potere quasi divino, creando fasulle occasioni relazionali, reciproche tentazioni a pagamento, pretestuosi vizi e bisogni indotti, inibendo al rango di potenziale cliente, la persona e il suo istinto.

So perfettamente cosa diresti a questo punto, a come mi guarderesti, con quegli occhi profondi e aperti insieme, con la testa che annuisce; non useresti la voce, ma io le sentirei comunque le tue parole, i tuoi pensieri, come tu sentivi i miei: diresti, senza parlare, che è quello che dici da sempre, che sostieni fin da quando eri poco più di un bambino, con cui ti sei sempre scontrato con me fin quasi a fare a botte.

Ma non è quello: è qualcosa di più, qualcosa di più grande della sociologia, della psicologia; è un seme, soffocato, spesso talmente nascosto da dimenticarcene.

È una libertà che non può essere soppressa dal pensiero razionale, dalle regole sociali, dalla mistica delle religioni: è religione pura, è nudità totale, è segreto svelato.

Non serve ribellarsi e rompere tutto; ci vuole una ribellione qualitativamente diversa, più concreta che apparente, più efficace che violenta, più libera che ribelle.

Ho raccolto ogni singola lettera che ho scritto e, a rileggerle facendo attenzione all’ordine cronologico, se ne ricava l’evoluzione personale, quella ambientale, la precarietà e mutevolezza di idee che sembravano, se contestualizzate, promesse di fedeltà eterna.

A volerle poi interpretare con occhio smaliziato, se ne potrebbe ricavare un diario di vita, un interessante rapporto epistolare che rivela senza filtri, complice la confidenza e le reciproca benevolenza.

Emergono, tra gli altri, elementi che fanno pensare allo scampato pericolo, al superamento di una precarietà romantica e tenera che rimanda ai giocolieri circensi. Come equilibristi su una corda tesa, bisognava fare attenzione a non cadere, a raggiungere l’altro capo con calma, senza sbagliare.

Confesso che più vado avanti, più lascio al tempo che fu la frenesia del fare per fare, del baccano per sottolineare la presenza, del seguire l’istinto senza cercare di comprendere quale natura lo spinga, lo faccia pulsare nel corpo e nella testa.

Ora, ciò che sono, corrisponde sovente a ciò che faccio: mi sento autentico, coerente.

Insomma, molto di quel che eravamo, non fa più parte di quello che sono adesso; se non in forma costitutiva, latente, che magari emerge quando un sentimento forte, l’agitazione, la distrazione mi invadono: allora, in quel caso, ciò che ero viene fuori, fa un balletto, e poi torna a cuccia.

Volevo dirti quello che penso ora dell’amicizia, del bisogno di stemperare le divergenze, smussare gli angoli, accettare di farsi pungere dalle nostre spine aguzze, dagli sbalzi d’umore, dalle piccole cattiverie.

Più ci si conosce, più emergono le parti in ombra, gli istinti primordiali, le parti nascoste dal bisogno di estetizzare quello che non ci piace di noi.

Solo scoprendosi, osando dire il taciuto, pur temendo di farsi male, ma non rinunciando a parlare, certamente faticando, ma con bontà, aiuteranno a rivelare l’interezza, l’unità disgregata senza più temere il giudizio.

E così il rapporto di amicizia, più di quello amoroso, verbalizza i pensieri sparsi e disordinati che pensiamo continuamente, e che risultano sempre parziali, occasionali.

Sforzandosi di comunicare, di costruire ragioni, pur anche irrazionali, nude, rivelate nella loro genesi ereditaria, familiare, ambientale, e perciò incolpevoli d’esistere, accettandole, confortati dalla reciprocità.

Non è facile non giudicare, tenersi a distanza di sicurezza dai propri umori, dal proprio sistema valoriale.

Ma quando si è amici, e lo si è davvero, la benevolenza supera e sublima questi tratti; e le contraddizioni, le difficoltà, diventano terreno neutrale in cui confrontarsi, anziché confliggere.

Ogni tanto riguardo il video di allora.

Ce ne sono un’infinità, così come le tesi a supporto.

È impressionante, lacerante, e tu, lo so, ne saresti contento.

Ti piacerebbe l’estetica barricadera, il contesto, il potere evocativo subliminale, la nettezza della sproporzione dei ruoli e dei giochi di forza.

Nessuno mi può controllare se io sono centrato, se sono me, se sono autenticamente integro.

La ribellione, la rivoluzione, sono sempre state della borghesia illuminata; talmente illuminata, da aver portato vantaggi concreti soltanto a loro stessi. Mentre la carne da macello si faceva massacrare, loro stavano già tessendo alleanze, contandosi, sfregandosi le mani, supponendo l’incasso.

Non è rompendo una vetrina, gambizzando qualcuno; no, quello serve solo a misurare i giochi di potere, a consentirgli di giocare la parte delle vittime, riciclandosi nella nuova veste di chi subisce la violenza altrui.

Io sono libero se sono me, se riconosco le sovrastrutture, se intuisco le trappole delle ideologie; se me ne libero; se accetto infine di non appartenermi, perché io non sono più, sono sparito, fuso, compreso nel gioco dell’esistenza.

Lo sai bene, l’avevo promesso che da allora, da quel preciso momento, avrei cambiato la mia vita; l’avrei vissuta cercando di comprendere.

Sono ancora legato a quella promessa: ho iniziato un cammino che non prevede ripensamenti, che include in sé la pazzia e il suo antidoto, che mi ha segnato rivelandosi, talvolta, faticoso e pesante ma, al tempo stesso, autentico.

Da quando ho cominciato a scriverti ho allontanato e controllato il dolore; è stato il mio modo di (r)esistere, di accettare gradualmente quello che era successo, anche se ho imparato, ormai, che i cambiamenti avvengono all’improvviso, come con un salto quantico, una discesa senza freni.

Non si cambia un poco alla volta, se non nei ristretti confini del preordinato, del finto destino dell’educazione formale.

Già da prima della nascita abbiamo un percorso prestabilito: feto-neonato-bambino-adolescente-giovane-adulto-vecchio-defunto.

Un cambiamento vero invece, accade: da un momento all’altro, eravamo in un certo modo, siamo qualcun altro.

Perché ciò avvenga, bisogna accettare la parte ignota di noi stessi, mollare le sicurezze, abbandonare le abitudini, vivere ciò che è senza più pensare a quello che fu, senza preoccuparsi di quel che sarà.

Esordivo dicendo che ci sono momenti di lucidità che illuminano brevi istanti; che da questi momenti se ne esce con l’intuizione che esiste un modo diverso di essere.

Questi mi hanno aiutato a capire che ero sopraffatto dalla paura di soffrire e che dovevo reagire.

In questi anni ho comunque vissuto, sono cresciuto, ho costruito rapporti, ho lavorato.

Quest’abitudine di scriverti era il mio segreto; era il luogo in cui lasciare e conservare tracce di me che non sapevo, altrimenti, come esprimere.

Mi ha aiutato a capire, a dire la mia verità, a sentirmi al sicuro come avessi un rifugio intimo e inespugnabile; come avessi uno specchio che riflette la coscienza.

Poi, per caso, senza avvisare, arrivano quei momenti e cogli il senso di quello che accade, della vita; che tutto inizia e finisce.

L’immagine mostra una marea umana, fumo, fuoco, vetrine distrutte, urla, pestaggi violenti, cassonetti.

E’ il caos assoluto, sfondo ideale per giustificare qualsiasi cosa.

Il terzo Battaglione Lombardia dovrebbe raggiungere i black block che stanno distruggendo tutto.

Si fermano però davanti al corteo delle tute bianche.

Sono isolati dalla centrale operativa.

Non si dirigono verso Via Tolemaide.

Due Defender rimangono isolati in Via Caffa alle 17.22.

Retromarcia verso Piazza Alimonda.

Incastrati da un cassonetto, una delle due jeep riesce a partire.

Rimane solo quella con l’ausiliario Mario Placanica e il suo compagno alla guida.

A quattro metri e diciannove dal mezzo ci sei tu, in passamontagna e canottiera.

Forse vedi la pistola in mano al carabiniere, sollevi un estintore che trovi in strada.

Ore 17.27 di venerdì 20 settembre 2001. Uno sparo.

Un urlo “ ODDIO. CAZZO. NOOOOO”.

La jeep guidata da Filippo Cavataglio fa retromarcia e ti calpesta due volte.

I tuoi amici spostano il corpo.

Io guardo il video e vomito e piango.

Sto dicendo che questo comunicare, felice ma ermeticamente chiuso, sta esaurendosi.

Che questo bisogno di interiorità sta cambiando luoghi e confini, che sarà più scoperto; che sono pronto a pagare il prezzo di questa nudità.

Sto tentando di dire che val la pena rischiare, aprirsi, buttarsi nel mucchio, esprimere selvatichezza e dolcezza, respirare a pieni polmoni.

Sto dicendo che da quando te ne sei andato ho imparato molte cose, ho scoperto piccole verità, ne ho scartate altre, ho capito che bisogna accontentarsi di questo.

Quello che so, che riconosco come immutabile, è frutto di intuizioni e non di pensieri: questi ultimi hanno il limite oggettivo di essere contenuti all’interno delle regole del gioco, dei conformismi o, al contrario, da moti di ribellione a questi.

Ma, appunto, gli appartengono.

La conoscenza scientifica sta dimostrando che più si approfondisce il sapere, più questo è relativo e instabile, fragile, tenuto in piedi fino alla successiva scoperta, che lo abbatterà.

Sto dicendo che ho compreso a fondo che si deve partire da noi stessi per rivoluzionare lo status quo.

Sto dicendo che solo da poco tempo ho accettato di averti perso per sempre e che devo continuare a vivere perché ho finalmente la voglia e la forza per farlo.

Addio Carlo, ti ricorderò per sempre.

l’aereo suicidato in Francia

Ho letto e vissuto come tutti, credo, la tragedia dell’aereo suicidato. Non so, come tutti, credo, quale sia la verità, né se la sapremo mai. Di certo invece, so che sta roba ci ricorda che la natura umana è complessa, e la semplificazione giornalistica è quanto di più impoverente si possa concepire: un investigare sterile, un suggerire senza dire, uno stigmatizzare la follia- già, dicono ancora così, sventolando una parola che evoca paure irrazionali, riducendoci a bambini che hanno paura dell’uomo nero che si nasconde nella penombra -, criminizzandola, invece di elaborarla.

Il duo catechista della tivu del sabato, Fazio e Gramellini, ieri sera non poteva esimersi – pur dovendo, per decenza – dal commentarla.

Li vedo poco, il meno possibile, per un istinto masochistico di dieci minuti circa che fa parte di quella natura umana incomprensibile di cui accennavo.

Inizio a sospettare che tra i due ci sia una differenza fondamentale: F è consapevole di svolgere una funzione, G ci crede; F svolge la sua funzione sempre allo stesso modo: fa l’impacciato finto, che in realtà sarebbe intelligente, che però è democratico, per cui dispensa la sua balbettante sagacia con moderazione, proprio perché è democratico, e perciò rispettoso dell’inferiorità antropologica del pubblico, per non allontanarlo e ammansirlo all’ossequiosità che i suoi ospiti, di cui si onora di essere amico, meritano; G invece crede davvero di essere quel che gli viene dimostrato che sia: un giornalista, uno scrittore, uno che conosce il potere e lo sorveglia e ce ne rende edotti, che solleva il tappeto per raccontarci la quantità di polvere nascosta, che ama con semplicità la gente, che accetta il ruolo sociale che gli viene attribuito, cercando di non deludere mai. L’enfasi che trasuda per ogni parola che pronuncia, non lo insospettisce: no, lui è davvero un paladino della giustizia. 

Sentinelle della sinistra illuminata da lampade a basso consumo, con stipendi stratosferici, ci presentano la cultura giusta e la retta via dall’alto bassissimo per esigenze di immagine che la fortuna gli ha riservato.

G teorizza che nessuno è sicuro: potenzialmente, chiunque può essere letale per chiunque.

Soprattutto un depresso.

Che acume.

In realtà, la verità è che la realtà e la verità, non sono reali e vere, ma simulacri comunicativi, interpretazioni, azzardi estemporanei.

In realtà credo che la verità dell’aereo suicidato diventerà occasione di ricchi pasti mediatici in cui i soliti diranno le solite cose nel solito stile più o meno ficcante.

Gli psichiatri telegenici diranno la loro con gettone di presenza e scriveranno libri che dicono ovvietà poco Foucaultiane, poco Basagliane, e molto buonsensiane.

Rimane il mistero, ma chi se ne fotte.

Morte di un amico

Oggi ho saputo della morte di un amico.
Non sapevo se scriverne, ma scrivere è la mia vita; forse sbaglio, ma anche sbagliare è la mia vita.

Nella prima frase ci sono due parole fondamentali nella vita: morte e amico.
In questo momento mi stavo chiedendo se eravamo davvero amici: ci conoscevamo da quarant’anni, avevamo frequentato le suole medie insieme, ne avevamo combinate tante. Poi la vita a fasi alterne ci aveva fatti incontrare, più spesso ci aveva allontanati.
Il percorso di una vita non è mai lineare; curve, salite e discese, fuori rotta, soste forzate.
Negli ultimi anni, dopo decenni distanti, ci eravamo ritrovati: era diventato presidente di una associazione che si occupava di minori tossicodipendenti: una grande struttura che ospitava diversi ragazzi con formula residenziale e diurna.
Mi ero così associato, partecipando una volta all’anno all’assemblea dei soci per approvare il bilancio.
Lui era molto impegnato, io sono molto impegnato.
Lui viveva e lavorava in zona Conegliano, io in zona veneziana.

Si usa la parola amico, e come altre parole, forse se ne abusa.
Ci volevamo bene, di un bene ereditato da scorribande preadolescenziali: non so se quel tipo di bene ha una data di scadenza, ma in questo caso credo di no.
Era un bene che tradiva, imbrogliava la prossemica, la consuetudine, l’età.
Certo avevamo ormai interessi molto diversi, pur facendo lavori che appartengono al cosiddetto “sociale” (o terzo settore, o sinonimi vari); ma questo non basta a colmare le distanze, a convergere gli interessi.

E la morte.
Non so se era credente, so però che frequentava con agilità il mondo cattolico e politico, non foss’altro per il fatto che l’associazione era stata fondata dai salesiani.
Non so come la pensava, che idea ne avesse, come immaginasse la morte: mi hanno detto però, che era sereno. Non ne dubito.
E del resto, mi chiedo: paura di cosa?
Tutte le religioni comprendono luoghi e concetti postmortem: se uno si affida a una di queste, è tranquillo.
Se invece non si ha fede, non c’è ragione di averne timore, in quanto da morti, la paura non è altro che una delle tante ridicole manie dei vivi. Semmai è di questi, di noi ancora vivi – qualora avessimo iniziato a concederci alla vita – che è comprensibile una certa apprensione.
Noi rimaniamo qui, spesso sconcertati, addolorati, dalla fine di una persona cui abbiamo voluto bene, della cui presenza e importanza, ci accorgiamo solo quando è diventata assenza e mancanza.

Ecco, non so se con Paolo eravamo amici, e non so quasi niente della morte: non ho risposte, e forse qualche domanda disordinata.
Quel che so è che adesso, mentre scrivo queste parole, proprio adesso, non dopo, tra un po’, domani, stasera, ieri, tra un anno; no, adesso, qui, sento il peso e la leggerezza, l’inquietudine e la bellezza di un’occasione unica: quella di vivere e di accettare ciò che questo comporta.

Portomarghera e amore

In quest’ultimo periodo a parlare costantemente di Portomarghera, di Bortolozzo, del mostro.
Ci si invischia a tal punto che si rischia di dimenticare la scaturigine, la dimensione nucleare da cui tutto è nato.
Ed ecco che riesco a dirmi, con tutto l’imbarazzo del caso, che è una forza che non ha nome, che è antica, primigenia, ancestrale, che agisce in ombra e muove le leve degli istinti.
E somiglia per propulsione, per effetto, all’amore; ne possiede forza e delicatezza, irrazionalità e calore.
Ecco una poesia di Ferruccio Brugnaro (che contiene quegli elementi appena elencati), è una roba mia, in dialetto veneziano, che non è poesia, ma un tentativo di omaggiare una terra e la sua gente, offesa dalla vile scaltrezza di quelli che un tempo venivano chiamati “padroni”.

Bracciante, raccoglitore di stracci

Bracciante, raccoglitore di stracci
operaio degli altiforni
pescatore
venditore abusivo di crostacei.
Mio padre
era così
adoratore del sole, adoratore
delle barene
silenzioso
fanatico del mare.
Non ha mai parlato
con nessuno
analfabeta
credente solo nella vita
solo nel suo trascinare
inquietante
dai primi cenni dell’alba
ai tramonti fondi.
Mio padre
così come è stato dentro
in questo mondo torbido
senza chiedere niente a nessuno
stanotte è sceso nel tempo
profondo
nei cieli grandi che lui guardava
per ore e ore
negli universi incandescenti e amati
con dura segretezza.
Non sono triste
sono felice
contento
me lo risento dentro tutto
irruentemente
ora
con suo canto dalla nostra cucina nera
e senza finestre.
Il suo canto, più che un canto
il suo era ed è
un grido, un urlo selvaggio
denso
che io rilancio con tutta
la forza delle ferite
di un amore a brandelli
contro queste ore
di padroni affamati di sangue
di retate
contro le sbarre pesanti dell’emarginazione
contro le foreste di un dolore
e una solitudine senza fine.

Mercà de Marghera

el sabo matina vado al mercà de marghera
dove ea gente e ea vita xé più vera
dove ti incontri sempre qualchidun par parlar
e sentirte cussì meno soeo in sto incerto campar

e in sta città cussì martoriada
cussì sporca spusoente e inquinada
ghe vol un bel fià de puissia interior
par non soccomber e ndar zo de umor

forse xé par queo che spesso se ride
che se se consoea e se aceta ste sfide
e anca se no xé fassie e gnanca giusto
no manca mai qualchidun che sea ride de gusto

no voevo scriver ea soita roba banal
dir che qua xé un purgatorio bruto e xé tutto ugual
voevo soeo esprimer un fià de sentimento vero
parché qua gò imparà el vaeor de esser sincero

parché ea gente xé tuta diversa ma in fondo ugual
cò se tratta de condivider par no star tropo mal
parché qua no manca certo e disgrassie
epur ti trovi sempre qualchidun che te dise grassie

marghera par mi xé stada na fameia granda
che me ga acolto e rispetà senza far domanda
che ea se strenze intorno a ti come na mare
che ea capise, ea sta sita e ea te scolta come un pare

in mezo a ste fabriche e a sta aria marsa
eo savemo tuti che ea vita a volte xé come na farsa
che ti pol decider se acoglier o abandonar
e che però ea te insegna a cavartia e a rispetar

come finir na poesia de sentimento
sensa corer el riscio de cascar nel sbrodoeamento
se non disendo grassie Marghera
no me desmentego che ti xé statda anca ea me tera

Bortolozzo

https://studioliz.exposure.co/gabriele-bortolozzo

Definizione di salute dell’OMS ( organizzazione mondiale di sanità ): stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia.

Ero bambino e gli autobus e le auto della polizia erano verdi.
Da Mestre a Venezia e viceversa, di frequente.
Noi ci eravamo trasferiti a Mestre – terraferma futuribile, avanguardia del brutto che irrazionalmente ho amato -, tutti i parenti a Venezia – allora città ancora abitata e viva, e non ancora l’anziana troia nostalgica d’oggi -.
La sera tornando a casa, sul nastro d’asfalto che unisce la città una e trina, sulla sinistra, il mio sguardo bambino vedeva luci e fumi, e la mia mente immaginava una sorta di Metropolis di Fritz Lang. Era la benevolente fantasia di un bambino.
Le fermate degli autobus erano gremite di umanità proletaria che aveva finito i turni e tornava a casa, nella città diffusa che si era mangiata la campagna, prefigurando il nord est prima che diventasse tale.

Il 2 novembre 2001, la città somigliava a quella di allora, seppur diversa nella sostanza e imbellettata nella forma.
Erano cambiati i colori, si era svuotata, e alla sera avrebbe scoperto di aver perso l’innocenza.
La sentenza di primo grado del processo assolveva i vertici della montedison.
In aula bunker, smarrimento, sgomento, lacrime, e un unico grido “VER-GO-GNA, VER-GO- GNA”.

Quello è stato l’ultimo evento di un annus horribilis per l’umanità e per la mia personale storia famigliare. Ho deciso di occuparmene, per come potevo e posso: attraverso la scrittura.
Il 2001 è diventato un anno su cui ho scritto molto, e continuo a farlo.
Ho scritto di Genova, del crollo delle torri, della morte di mia madre, di Gabriele Bortolozzo.
Mi manca ancora la crisi dell’Argentina e avrei concluso un personalissimo ciclo di scrittura viscerale.

Allora ho scritto un racconto pensando a Bortolozzo, incluso nel mio libro “homo sapiens nord est”. Ma non bastava. Ho tentato di organizzare un progetto che ne vedesse la realizzazione filmica. L’ho portato avanti incontrando l’appoggio di persone interessate.
Ad un certo punto però, sguardo basso e imbarazzo, ho dovuto ammettere a me stesso che non ne ero all’altezza, che l’argomento meritava competenze e qualità tecniche che non avevo, che non mi appartenevano, che non ero capace.
E allora?

E allora ho scritto a un’amica, Elisa Pajer, chiedendole se sarebbe stata interessata a produrre l’idea. Lei, socia fondatrice di Studio Liz ha risposto positivamente.
Le ho spiegato tutto, lei ci ha pensato; siamo tornati indietro, abbiamo ricominciato da zero, ho riscritto un testo. Lei nel frattempo si è mossa, ha trovato altre persone interessate, ci siamo ritrovati tutti e ci siamo detti: e sì, dobbiamo farlo! Ci siamo noi due e Elia Romanelli, Lorenzo Pezzano, Lucio Schiavon,

A settembre 2015 saranno vent’anni dalla morte di quest’uomo mite, con la vocina sottile, che ha fatto una rivoluzione silenziosa. Ha costretto a ripensare lavoro e salute. Ha imposto con la sua gentilezza, combattendo l’arroganza multinazionale dei “padroni”, i diritti basilari di ogni lavoratore, che è prima di tutto una persona, che ha una vita, una storia, degli affetti, e che ha diritto a vivere del proprio lavoro anziché morirne.

“… Mio nonno, invece, pensava che la vita è la cosa più importante che ciascuno ha, che ha una data di scadenza naturale, e che nessuno ha il diritto di metterci le mani e modificarla a causa dei propri interessi…”

Non so se ce la faremo a realizzare il mediometraggio animato che ci siamo riproposti. Abbiamo pensato di portarlo nelle scuole, di partecipare ai festival, di diffonderne il messaggio e di farne ammirare la fattura.
Ci stiamo lavorando, ma servono fondi. Una produzione simile ha dei costi e noi non riusciamo da soli a sostenerli.
Cercheremo di coinvolgere persone e Associazioni e Enti e Fondazioni e Aziende e privati.
Sarà faticoso, ma non ci spaventiamo; non ancora.
Lo faremo solo se raccoglieremo indifferenza, alzate di spalle, rassegnazione.
Ma siamo intimamente sicuri che, così come Gabriele insegna, con la buona volontà e una giusta causa, ce la si può fare.

Cristiano Prakash Dorigo